Il mondo d’oro

“Il mondo è d’oro. Ed è meraviglioso.” Furono le mie ultime parole. Steli d’erba inondati dalla luce dorata del tramonto riempivano il mio campo visivo. Poi più nulla. La vita mi era sfuggita dal petto scivolando lungo la lucida lama d’acciaio che me l’aveva squarciato, volata via nel sole. Accanto a me giaceva Unierth, generale delle legioni dell’impero Othmul. La mia rozza lama di ferro aveva compiuto l’identico sporco lavoro della sua spada lucente.
C’eravamo affrontati in un duello disperato, dalla sua l’esperienza di lunghe campagne militari e la forza di un esercito forse invincibile, dalla mia la follia di chi non ha più nulla da perdere, l’aggressività imprevedibile della preda messa alle strette.
I pochi di noi sfuggiti alla morte aveva deciso di lanciare un ultimo attacco alle armate dell’invasore, l’ultima possibilità, se non di fermarlo, di rallentarne almeno l’avanzata e dare tempo alle donne e ai bambini di fuggire, senza un dove, senza una speranza.
Aspettammo acquattati al limitare di un bosco. Ore immobili, mescolati alla natura, senza spaventare nemmeno più gli uccelli; potevamo forse spaventare un esercito?
Arrivarono finalmente; gli esploratori non ci videro, passarono oltre, attendemmo ancora, lunghi momenti inerti. Il pulviscolo nei raggi di sole danzava per noi. Forse è vero ciò che dicevano i vecchi, che nella danza della polvere nel sole si può scoprire il futuro. Allora lì, in quel momento, danzava la nostra fine.
Il generale cavalcava altero, con le avanguardie, senza timore o presentimento alcuno. Sicuro di averci schiacciati, avanzava per recidere il raccolto finale. Balzammo all’attacco ululando per scacciare la nostra paura, non per accendere la loro. Me lo trovai davanti, il suo viso sorpreso e sprezzante, la sua armatura lucente, il suo cavallo dai pesanti zoccoli sprofondati nel fango. Attaccai il cavallo, ferito crollò a terra sbalzando nell’erba il suo cavaliere. Mi avventai sul generale, i miei compagni compresero e si schierarono attorno al nostro improbabile duello respingendo nel caos ogni possibile aiuto. Lui era in guardia, tranquillo e pronto. Ricordai le lezioni dei guerrieri più anziani, le dimenticai lanciandomi all’attacco, le ricordai nuovamente nel respingere la sua spada che calava impietosa. Non potevo vincere, lo sapevamo entrambi, ma non volevo perdere e fu solo questo a darmi la forza di resistere, contrattaccare, difendermi. Lessi il mio fato nella polvere danzante e compresi. Non potevo vincere, ma non volevo perdere. Attaccai ancora, senza curarmi della mia vita. In quel momento e solo in quel momento vidi la paura nei suoi occhi azzurri. Trovò uno spiraglio nella mia difesa, non so nemmeno se l’avessi voluto o se sia stata la mia imperizia, lui affondò la sua lama, ma ebbi la fortuna e il tempo di affondare la mia. Non vinsi, ma non persi nemmeno.
Un’estenuante battaglia combattuta nei boschi, fra le sterpaglie e nelle paludi che circondavano il mio paese ci aveva decimati e stremati, ridotti a uno sparuto manipolo di guerrieri senza speranza.
L’esercito di Unierth ci aveva schiacciati senza nemmeno dar segno di essersi affaticato nello sforzo. Le sue truppe ben addestrate e meglio armate avevano trascinato nel fango e nella polvere centinaia dei nostri guerrieri e calpestato il nostro sangue. Non pochi dei loro soldati erano rimasti a far compagnia ai nostri cadaveri, ma loro erano molti e implacabili e continuavano l’avanzata. Le colline erano ricci dalle schiene irte di frecce, lame piegate e spezzate luccicavano come frammenti di cielo, corpi di uomini e cavalli avvinghiati nella morte ricoprivano il terreno. La scelta del terreno ci aveva aiutati, ma non era bastato nemmeno quello. In un lungo consiglio di guerra avevamo deciso di attirarli su terreni difficili e a noi ben noti, la nostra unica e rozza tattica per giocare con uno stratega famoso per le sue molte vittorie.
Eravamo in molti, da tribù spesso in guerra fra loro, ora unite contro un nuovo nemico, difficile da capire nei modi e nelle intenzioni. Eravamo uniti da uguali costumi e dalla stessa lingua, separati da faide millenarie e da liti per motivi dimenticati. Tutti assieme ci addestrammo sotto la guida dei nostri guerrieri, tutti coloro che potevano combattere. Ricevemmo tutti delle armi, lance, archi, scudi. Impugnammo le spade e imparammo a usarle. Cosa potevamo fare contro soldati temprati da decine di battaglie? Tutto il possibile.
Gli araldi del consiglio di guerra erano giunti in paese, una tranquilla giornata di Aprile. Parlarono del nemico che avanzava da sud, raccontarono la distruzione e la rovina che lasciava dietro di sè. Chiamarono tutti a combattere, ogni uomo, vecchio o ragazzo. Li vidi arrivare a cavallo dalla strada orientale, udii i loro zoccoli sul legno del ponte accanto al mulino, le insegne del consiglio di guerra sventolanti nella sera. Arrivarono per cambiare la mia vita una seconda volta in pochi istanti.
Solo un attimo prima Ailee piegava il capo in risposta, un piccolo sì che faceva danzare di gioia il mio cuore. Sarebbe diventata mia moglie. Guardai i suoi occhi profondi, le presi le mani e appoggiai le labbra alla sua fronte. I suoi capelli biondi inondati dalla luce dorata del tramonto riempivano il mio campo visivo.
“Il mondo è d’oro. Ed è meraviglioso.”

Libero Seleni



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