Nonna

“Signorina? Si sente bene?”
Un ragazzo, sbucato da uno degli scaffali della libreria, mi si era avvicinato e mi fissava. Mi accorsi di avere gli occhi velati di lacrime. La sua voce premurosa e l’espressione preoccupata furono dei catalizzatori. “Sto bene.” avrei voluto rispondere, invece scoppiai a piangere incapace di trattenermi.
Il ragazzo mi passò un pacchetto di fazzoletti di carta e mi appoggiò una mano sul braccio, con delicatezza. “Venga, le offro un caffè.”
“Non serve, sto bene. Grazie.” Mi soffiai il naso e accennai un sorriso.
“Serve a me. Ho proprio bisogno di un caffè, mi faccia compagnia.”
Allungò una mano dietro il bancone della libreria, prese una giacca e se la infilò. Fece un cenno a uno degli altri commessi mimando una persona che beve poi mi prese per un braccio e mi guidò verso la porta.
“C’è un bar proprio qui accanto.”
L’aria fresca mi fece sentire subito meglio, inspirai a fondo; un singolo albero, circondato da una piccola aiuola, tentava di respingere con il profumo dei suoi fiori l’odore acido del traffico.
Mi lasciai guidare da quella mano gentile ed entrammo in un caffè li vicino. Era un bar arredato con un gusto particolare, un’attenzione che non si riscontra nelle solite catene, tutte uguali e standardizzate. Uno scaffale colmo di libri usati creava uno spazio raccolto, con un paio di tavolini che conquistavano così un margine di intimità.
Il ragazzo salutò la barista chiamandola per nome, mi guidò verso uno dei tavoli e si sedette di fronte a me.
“Cosa prendi?”
“Un tè, grazie.”
Andò al bancone e fece le ordinazioni, poi tornò a sedersi.
L’odore dei libri permeava l’aria, mescolato al profumo di caffè. Sembrava quasi di essere ancora nella libreria.
Il ragazzo indicò lo scaffale. “Questo l’ho messo qui io. Così chi viene a bere qualcosa può dare un’occhiata e magari mettersi a leggere. Poi chissà, magari gli viene voglia di entrare nella libreria.” sorrise. “Metà operazione culturale, metà operazione di marketing.” aggiunse soddisfatto.
“È sicuro che se perde troppo tempo con me con avrà problemi non il suo capo?”
“Ho un sacco di problemi con il mio capo, ma non questo. Non si preoccupi.”
“Ok.”
La cameriera portò le ordinazioni a cui aveva aggiunto alcuni pasticcini. “Questi li offre la casa.”
“Si sente meglio?” mi chiese il ragazzo fissandomi.
“Si, ora sto bene.” risposi tirando su col naso. Scoppiammo a ridere entrambi.
“Sto bene, davvero. Non deve preoccuparsi. È solo che, prima, in libreria,” faticavo a trovare le parole, “è come se avessi visto un fantasma.”
“Non deve dirmi nulla se non ne ha voglia. Non si senta obbligata a giustificarsi, volevo solo assicurarmi che stesse bene.”
“Oh si. In realtà sto davvero bene. Sul bancone, li in libreria c’erano quei mandarini, accanto ai libri per bambini.”
“Già. Ogni tanto quelle piccole pesti riempiono i libri di schizzi. Per questo mettiamo solo libri usati in quella zona.”
“Si, beh, proprio accanto ai mandarini c’era un libro particolare. E la combinazione delle due cose mi ha davvero mostrato un fantasma. Non uno di quelli cattivi, un fantasma buono, mi è sembrato di sentire la sua mano che mi accarezzava.” I miei occhi si stavano nuovamente velando di lacrime.
Bevvi un sorso di tè, chiusi gli occhi un istante e assaporai il calore della bevanda. Lui mi guardava, senza dire nulla. Appoggia la tazza sul piattino, con attenzione e per un istante ritornai la bambina che giocava con le tazzine e le bambole. Maledizione, tutto sembrava trascinarmi indietro nel tempo.
“Da bambina abitavo in una piccola cittadina, era più un paese che una città.” iniziai a raccontare, forse a me stessa più che a lui.
“Poche case, tanta campagna attorno, trattori, animali. Abitavo sulla via principale, non che ce ne fossero molte altre. Comunque era una di quelle case a due piani come ce ne sono tante, un piccolo giardino davanti, lo steccato, la strada. Vivevo con i miei genitori, assieme a noi viveva anche mia nonna. La mamma di mio papà.
Era una vecchietta arzilla, sempre in movimento e sempre con qualche idea per la testa. Piante nuove da seminare in giardino, rose da potare, uccellini da sfamare, prato da annaffiare, cose da cucire e tagliare e libri da leggere. Tantissimi libri da leggere.
Mia nonna adorava i libri. Ne aveva almeno cinque o sei sul suo comodino accanto al letto. Spesso leggeva anche per me, a volte libri per bambini, a volte qualche passo dai libri per grandi che pensava mi sarebbe piaciuto.”
Mi fermai per bere un sorso di tè. Lui mi guardava, in silenzio. Nascosi il viso nella tazza, imbarazzata. Mi immersi nuovamente nei ricordi.
“E c’era una cosa che mia nonna faceva per me. Quando tornavo a casa da scuola trovavo sempre un libro ad aspettarmi sul tavolo di cucina e vicino c’era una mela, una pera o qualche altro frutto, a volte proprio dei mandarini. E lei era li, in attesa che io arrivassi.” Sorrisi.
“E quindi i mandarini e il libro per bambini ti hanno ricordato tua nonna.”
“Già. Ma non è solo questo. Vedi, è proprio quel libro in particolare che,” mi mancò la voce per un istante, “mi ha ricordato un’altra cosa.”
“Ti ascolto se vuoi parlarne.”
“Beh, è semplice. Io tornavo a casa da sola, tutti lo facevamo, il paese era talmente piccolo che non c’era nessun pericolo, era normale. I miei genitori lavoravano e quando arrivavo a casa c’era la nonna ad aspettarmi. Un giorno sono tornata a casa, sono subito corsa in cucina, ma la nonna non c’era, non c’era nessun libro sul tavolo e nessun frutto.” Sentii che gli occhi mi si riempivano di lacrime. Iniziavo ad avvampare dalla vergogna, ma lui mi prese la mano. “Ehi, va tutto bene.” Sorrise. Un sorriso dolce, amichevole, non il sorriso di qualcuno che cerca di sedurti, ma un sorriso sincero, caldo.
Sorrisi imbarazzata, ma ripresi a raccontare. “Andai a cercare la nonna, entrai in soggiorno e lei era li. Seduta sulla poltrona, stringeva fra le braccia uno dei nostri libri. Doveva essersi sentita male mentre andava a prenderlo.” tirai su col naso. “Si era seduta in poltrona, da sola, senza poter chiamare nessuno, nessuno a cui poter dire nulla. Stringeva forte il mio libro e io ho capito che aveva voluto dirmi qualcosa, quell’abbraccio era per me. Era il solo modo che le era rimasto per lasciarmi un messaggio, per dirmi quanto mi amava. Stringeva quel libro fra le sue braccia, come se stringesse me.” Stavo piangendo senza ritegno, mi sentivo una stupida, alzai lo sguardo e vidi i suoi occhi lucidi.
“È una storia bellissima. Triste, ma bellissima.” disse con voce incerta.
“Grazie.” mi soffiai il naso e finii il mio tè. “Forse è meglio che tu rientri, davvero non vorrei crearti problemi con il tuo capo.”
“Nessun problema, tranquilla. Sono io il mio capo.” Si alzò: “Però hai ragione, vieni, voglio darti una cosa.”
Mi alzai e infilai la giacca, mi misi a frugare nella borsa per cercare il portafoglio ma lui mi precedette e pagò. Aprì la porta e mi guidò nuovamente alla sua libreria. Si diresse al bancone, prese il grande libro illustrato che si trovava accanto ai mandarini e me lo mise in mano.
“È tuo. Tienilo.”
“Non so cosa dire.” risposi.
“Grazie?”
“Allora, grazie.” sorrisi, strinsi il libro al petto e uscii.

Libero Seleni



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