Engine Summer: la quiete dopo la tempesta

Engine Summer: la quiete dopo la tempesta

Engine Summer è uno di quei libri che non ti aspetti: complesso e affascinante, difficile, ma appagante.

Potrei inaugurare con questa recensione la sezione dei Grandi Assenti: grandi autori dimenticati o semisconsociuti, per lo meno qui in Italia. A dire il vero questo Engine Summer di John Crowley è stato pubblicato in Italia da Urania, con il titolo fuorviante de La città dell’estate, ma è introvabile, come le altre poche cose di Crowley tradotte in italiano.

Eppure Crowley è un autore di altissimo livello, riconosciuto fra i migliori scrittori americani contemporanei.

Il famoso critico letterario Harold Bloom, dopo aver dichiarato:

there are four living American novelists I know of who are still at work and who deserve our praise

riferendosi a Thomas Pynchon, Philip Roth, Cormac McCarthy e Don DeLillo, aggiunge, parlando di Crowley:

only a handful of living writers in English can equal him as a stylist, and most of them are poets…

Ora, si può essere d’accordo o meno con Bloom su chi siano i migliori autori americani contemporanei, ma il suo apprezzamento per lo stile di Crowley è decisamente significativo.

E, che piaccia o meno, Crowley è un autore di fantascienza e fantasy. Il fatto che sia considerato anche a livello letterario lo rende in qualche modo speciale; spesso, infatti, avviene il contrario. Autori di literary fiction compiono incursioni nel mondo della letteratura di genere (vedi proprio McCarthy o De Lillo), ma è raro che autori di genere vengano presi in considerazione da chi si occupa di letteratura “alta”.

Engine Summer è una storia post apocalittica, ma racconta di un mondo molto diverso da quelli a cui ci hanno abituato tanti romanzi e film sullo stesso argomento. Siamo lontanissimi da quei mondi dominati dalla violenza e dalla sopraffazione, in cui ogni sforzo è volto alla sopravvivenza, spesso nel vano tentativo di riportare in vita una civiltà ormai scomparsa. Al contrario, siamo immersi in un’atmosfera quasi bucolica, in cui il passato viene ricordato, sì, con malinconia, ma non con la nostalgia di chi lo rivorrebbe indietro.

L’apocalisse che ha portato la fine della civiltà, lontana ormai nel tempo almeno un migliaio di anni, e il seguente periodo di transizione che ha portato al nuovo equilibrio vengono raccontati tramite storie e parabole, che mantengono vivo il ricordo, reinterpretandolo e reimmaginandolo come sempre avviene nelle leggende.

Rush that Speaks, il protagonista, è un ragazzo che vive a Little Belaire, una delle nicchie di umanità in un mondo quasi totalmente riconquistato dalla natura. Lascerà la sua casa per seguire una ragazza e allo stesso tempo realizzare il sogno di diventare un “santo”, per gli abitanti di Little Belaire cioè, una persona la cui storia non sia valida solo come storia personale, ma parli della condizione umana.

Nel corso delle sue avventure incontrerà altre persone, altre società, con usi e costumi differenti, debolmente collegate fra loro da una rete di scambi e commerci che riguardano sia prodotti nuovi e originali, sia resti della civiltà tecnologica scomparsa.

Nel libro non viene mai descritta l’apocalisse, ma si ha l’impressione che più che di una fiammata violenta, si sia trattato di un crollo della civiltà, incapace di reggere ai propri eccessi, all’utilizzo smodato della tecnologia e alle modificazioni genetiche a cui l’umanità stessa si è sottoposta. Modificazioni genetiche, che unite all’incontro con organismi alieni (in particolare una specie di fungo o pianta) hanno cambiato così drasticamente la natura, l’umanità e il suo modo di vivere che in più di un punto viene da chiedersi se e quanto sia umano il protagonista stesso.

Il romanzo si apre con Rush che parla con uno di coloro che lui definisce “angeli”, gli uomini di quella mitica età passata in cui l’umanità era in grado di compiere qualsiasi prodigio, più simili a esseri semidivini che a uomini comuni. Il protagonista racconta la sua storia, iniziando da quando, ancora bambino, viveva a Little Belaire e prosegue fino al compimento del suo viaggio, momento in cui realizza qualcosa di più grande di ciò che si era prefisso.

Le avventure di Rush sono più di tipo “sociale” che fisico, e sebbene il ragazzo si trovi ad attraversare un mondo rinselvatichito i confronti più importanti sono quelli con gli altri esseri umani, con altri punti di vista, altri modi di vivere. Il racconto in prima persona di Rush è ricco di riflessioni che finiscono per coinvolgere il lettore che si ritrova a interrogarsi, assieme al protagonista, sul mondo che lo circonda e sul passato mitico e quasi dimenticato.

Engine Summer è uno di quei libri complessi che possono essere letti e riletti più volte, svelando sempre qualcosa di nuovo. Le peregrinazioni di Rush ricordano, per certi versi, quelle di Severian nel Ciclo del Nuovo Sole e sebbene Rush non sia un narratore inaffidabile come Severian (ma lo è veramente?) il suo punto di vista è totalmente inusuale e influenza notevolmente la narrazione. Tutto ci viene raccontato da Rush, che non descrive e non spiega le cose che per lui sono naturali, lasciando al lettore l’esercizio di immaginarsi molti aspetti dell’ambiente e della società di Rush.

Se ci fidiamo della definizione di buona letteratura data da Gene Wolfe (autore di cui ho parlato nella recensione del suo Pirate Freedom):

My definition of good literature is that which can be read by an educated reader, and reread with increased pleasure.

Gene Wolfe

possiamo senz’altro affermare che Engine Summer è ottima letteratura. Nel corso della narrazione troviamo molto spesso degli spunti che acquistano significato solo più avanti suggerendo, a volte, delle chiavi di lettura diverse per quanto letto fino a quel punto. Naturalmente a una prima lettura è facile che molte cose sfuggano ed è solo rileggendo, che vediamo dialoghi ed eventi acquistare un significato più profondo.

In una recensione precedente affermavo che Notte d’ottobre di Roger Zelazny è un libro che dovrebbe diventare testo di studio in tutte le scuole di scrittura, per il modo in cui precipitava il lettore dentro gli eventi, senza curarsi di spiegare nulla, lasciando che le cose si chiarissero un po’ alla volta nel corso della vicenda.

Crowley in Engine Summer va molto oltre, immerge totalmente il lettore in un mondo incomprensibile, senza dargli nemmeno un salvagente o qualche facile appiglio per orientarsi e tenere la testa fuori dall’acqua. Ci si ritrova a essere dentro la mente di “Rush that Speakes”, a guadare il mondo dal suo punto di vista, dando per scontate le cose che lui da per scontate, ci si deve fidare di ciò che dice, prenderlo per buono nella speranza che un po’ alla volta la situazione si chiarisca e assuma dei contorni più definiti. È una sensazione totalmente spiazzante perché non vediamo mai il mondo di Rush dall’esterno, nessuno ce ne da una descrizione, né dal punto di vista fisico né da quello sociale o mentale, così come nessuno ci descrive il mondo in cui noi viviamo. Lo conosciamo standoci dentro.

Eppure in questo modo Crowley suggerisce una complessità, una vitalità e una verità maggiori di qualsiasi minuziosa descrizione antropologica, scardinando in un colpo solo tutte le regole di scrittura che suggeriscono di dare ai lettori delle coordinate precise tramite cui possano orientarsi in un mondo di fantasia.

Si tratta di uno di quei libri divisivi: cercando in rete è facile imbattersi in recensioni entusiastiche o in decise stroncature. Sicuramente è un libro che richiede impegno da parte del lettore e sebbene non sia molto lungo non è una lettura veloce, soprattutto se si vuole apprezzarlo in pieno.

Potranno sicuramente apprezzarlo tutti coloro che, anche nella fantascienza, non si lasciano spaventare da una certa complessità, coloro che non si intimoriscono se non tutto viene chiaramente spiegato, se vi sono diverse chiavi di lettura e se viene lasciato alla fantasia del lettore il compito di trovare uno o più significati alla vicenda.

Penso proprio ai lettori di Gene Wolfe, ma anche di China Mieville che hanno apprezzato un libro come L’uomo del censimento, o di M. John Harrison (The Sunken Land begins to rise again), lettori disposti a fare un piccolo sforzo aggiuntivo per afferrare i significati di un’opera.

C’è un altro piano di lettura: Engine Summer è una storia che parla di storie; tutto gira attorno alle storie, alla loro importanza come elemento fondante di ogni società umana.

Come già detto più sopra, leggendo ci ritroviamo noi stessi dentro la storia di “Rush that Speaks”, che nel dialogo iniziale del romanzo dice:

That’s all I am, now, isn’t it: my story.

Questo è tutto ciò che sono ora: la mia storia.



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