In treno

I treni hanno in se qualcosa di immutabile. Non importa se sono treni moderni e veloci o vecchi treni lenti che fermano in ogni piccola stazione lungo il percorso. Appena le porte si chiudono, i treni diventano un mondo a parte, una mescolanza di persone con una sola cosa in comune: essere tutti in viaggio nella stessa direzione.
Quel giorno il treno era pieno, alcune giacche ingombravano l’unico sedile libero. Il posto accanto era occupato da un uomo con un maglioncino rosa seduto di fronte a una donna sulla cinquantina, elegante, dal portamento fiero.
“Scusi è libero?” chiesi rivolgendomi all’uomo.
“Certamente.” rispose la donna elegante.
“Ti spiace liberare il sedile per il signore?” aggiunse rivolgendosi all’uomo.
Quando parlava teneva sempre la testa un po’ alta, sporgendo inconsciamente il mento all’infuori, anche quando si rivolgeva al suo compagno di viaggio.
Mi accomodai e accennai un saluto alla ragazza sul sedile di fronte al mio. Aveva le cuffie ed era evidentemente assorta in quello che stava ascoltando perché non si accorse del mio cenno e diede segno di aver notato la mia presenza solo perché ritirò le gambe che aveva allungato sotto il mio sedile.
C’era un profumo che aleggiava, un lieve sentore di vaniglia. Osservai la ragazza, ma non era un profumo che le si adattasse, era il profumo di una persona più matura. La donna elegante indossava un tailleur scuro, scarpe con un po’ di tacco e teneva in grembo una borsa dall’aspetto costoso, talmente costoso da non mettere in mostra nessun logo. Nelle intenzioni dello stilista avrebbe dovuto essere evidente da quale casa di moda era uscita, purtroppo mi rincresce dire che nel mio caso tanta personalità era sprecata.
Il treno partì con uno scossone e io mi rilassai, lasciandomi cullare dal familiare dondolio dei vagoni.
I treni hanno un odore di treno, un odore di ferro e di grasso. Nei miei ricordi hanno l’odore del legno dei sedili di terza classe, oggi hanno l’odore della plastica, della finta pelle. Forse qualcuno ricorda ancora quando avevano l’odore del carbone e del vapore che impregnava l’aria.
Ma da sempre i treni hanno l’odore dell’umanità. L’odore di uomini, donne, bambini; sconosciuti costretti a condividere il percorso.
Ogni volta che salgo in treno ritrovo le stesse sensazioni, ma ogni volta i compagni di viaggio cambiano e cambia il viaggio, anche quando il percorso è lo stesso.
La signora sorrise, un sorriso breve, di cortesia, ma non freddo. “Controlla per favore se siamo in orario.” disse rivolgendosi all’uomo.
“Siamo in perfetto orario.” rispose lui. “Non preoccuparti, arriveremo in tempo.”
“Odio arrivare in ritardo.” aggiunse la donna, senza rivolgersi a nessuno in particolare, quasi per scusarsi.
“Abbiamo ancora un’ora di treno, poi prendiamo un taxi e in una decina di minuti siamo arrivati. Saremo in anticipo, ci toccherà aspettare vedrai.”
Cercavo di non ascoltare i loro discorsi, ma la donna si sentì comunque in dovere di rivolgersi a me. “Non amo viaggiare in treno, ma questa mattina la macchina non partiva, siamo stati fortunati a trovare questi posti.”
“In effetti è piuttosto affollato.” risposi.
“Certo che le Mercedes non dovrebbero fare di questi scherzi.” proseguì la donna.
“Anche le Mercedes sono macchine, possono rompersi. Come tutte le altre.” interloquì l’uomo.
“Certamente. Saranno anche più affidabili delle altre, ma qualcosa può sempre succedere.” dissi girandomi verso l’uomo. Volevo osservarlo meglio. Qualche anno più della donna, con l’aria di una persona abituata al lavoro fisico, aveva le mani forti, l’aspetto solido, il suo sorriso spontaneo emanava affabilità. La cosa che contrastava di più fra lui e la donna era l’abbigliamento. Sembrava che si fosse vestito al buio, indossando quello che trovava senza nessuna preoccupazione di abbinare colori e stili. Ma era così disinvolto nel suo maglioncino rosa e pantaloni verde scuro pieni di tasche che faceva dimenticare la bizzarria dell’abbinamento.
“Vuoi per favore passarmi dell’acqua? Ne hai portata vero?”
“Certo.” L’uomo si alzò, scusandosi e prese una borsa di pelle dalla retina portabagagli. Ne prelevò una bottiglietta d’acqua minerale e due bicchieri di plastica. Ne riempì uno e lo passò alla donna, tenne l’altro in mano, vuoto. “Desidera un po’ d’acqua?” mi chiese cortesemente.
“No, grazie.” risposi.
L’uomo appoggiò bottiglia e bicchiere sul piccolo tavolino fra i sedili.
Cercai di immaginare quale rapporto legasse quei due, sembrava, in qualche modo, stranamente asimmetrico. La donna trattava l’uomo con una sorta di superiorità, come se una nobiltà e un’eleganza naturale, la ponesse, per diritto divino, in una posizione preminente. Poteva sembrare in effetti una nobildonna in compagnia di un servitore fidato. L’uomo d’altro canto non sembrava per nulla intimidito da questa presunta superiorità e trattava la donna con una familiarità dovuta evidentemente ad una lunga frequentazione.
Poco dopo la donna si alzò per recarsi alla toilette. Quando si fu allontanata l’uomo si rivolse a me. “Deve scusare mia moglie, è in ansia per paura di arrivare in ritardo. Colleziona arte contemporanea, stiamo andando a un’asta e l’imprevisto della macchina l’ha scombussolata.”
Risposi che non c’era alcun motivo per scusarsi. Dopo un attimo la donna tornò e riprese il suo posto. Dunque erano marito e moglie. Presi il libro che mi ero portato con me e mi immersi nella lettura. Lo squillo di un cellulare mi scosse, l’uomo con il maglioncino rosa guardò il telefono. “È Robertson.” disse alla moglie. Si scusò, si alzò e si diresse verso il corridoio davanti alle porte del treno. Prima che si chiudesse la porta a vetri lo sentii rispondere in inglese.
La donna mi sorrise. “Mio marito è un genio.” disse con una marcata nota di orgoglio nella voce. “Uno di quelli veri, sa? Voglio dire, non è che ne sia convinta io perché è mio marito, o che sia lui a pensarlo.” fece un breve gesto in direzione della porta. “È un matematico. Quello che l’ha chiamato è un collega di Oxford, stanno facendo un lavoro estremamente importante.” Sospirò. “Se solo accettasse qualche consiglio sull’abbigliamento.”
L’uomo rientrò e pochi minuti dopo il treno giunse alla loro fermata. Si congedarono con gentilezza, li guardai scendere dal treno e avviarsi lungo la banchina tenendosi per mano.

Libero Seleni



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