Cortés

Le patatas bravas mi bruciano la lingua. Ingurgito un sorso di birra per smorzare la sensazione provocata dalla temperatura e dalla piccantezza. Alzo lo sguardo e controllo che lui sia ancora in vista.
Questa volta mi è capitato un lavoro di tutto riposo. Strano, ma di tutto riposo.
Il bastone bianco è appoggiato al bordo della bancarella e l’uomo è sempre lì che sfiora con le mani i vecchi volumi accatastati. Perché mai un cieco sia interessato ai libri non riesco a immaginarlo. È un collezionista, così mi han detto. Non riesco nemmeno a immaginare perché debba ucciderlo; e sì che di immaginazione ne ho parecchia. La gente pensa che per fare il killer la fantasia non serva, credono basti un po’ di freddezza e assenza di scrupoli morali; tutte qualità importanti per carità, ma la fantasia lo è altrettanto.
Finisco le mie tapas e bevo un sorso di cerveza, come la chiamano da queste parti. Il cieco scuote la testa, parla con il tizio della bancarella, prende il bastone e si avvia verso la tappa successiva.
Sono due settimane che lo seguo, ogni giorno percorre la rambla sostando a tutte le bancarelle alla ricerca di libri. Ma uno di essi è speciale e dev’essere molto prezioso perché tanti lo vogliono. Il mio datore di lavoro lo vuole così tanto da aver incaricato me, ma non è l’unico.
La cosa strana è che solo quel cieco è in grado di identificarlo. Su questo punto il capo è stato chiarissimo: non fare nulla finché il cieco non avrà il libro. Poi dovrò semplicemente ucciderlo e prenderglielo, prima che abbia il tempo di passarlo a qualcuno. Ma se lo dovessi uccidere senza aver trovato il libro giusto…
E questo mi riporta alla questione di come possa un cieco capire quale sia il libro giusto… forse al tatto. Ogni giorno compera qualche volume, lo infila nella borsa a tracolla e torna a casa. Lo seguo sempre, se si incontrasse con qualcuno per consegnare quel particolare libro lo saprei.
Bevo un altro sorso e la birra mi va di traverso. Il cieco sta scendendo la rambla verso il mare. Un cambiamento nella routine. Lo seguo a distanza, non credo possa accorgersi di me, ma sono certo di non essere l’unico interessato.
La strada è piena di spagnoli e turisti che passeggiano indolenti; il cieco si fa largo spazzando il marciapiede con il suo bastone bianco.
Fra le foglie dei platani e delle palme inizio a intravvedere la colonna del Mirador de Colom. Si ferma e attende il verde per attraversare. Mi avvicino, c’è parecchia gente alla base del Mirador: i bambini si arrampicano schiamazzando sui leoni, i genitori gridano per chiamarli. Devo stargli sotto, non posso farmelo sfuggire. Scende la scalinata che porta dentro la colonna. Non esita, sa quello che sta facendo. Sono certo che deve incontrarsi con qualcuno: perché mai a un cieco dovrebbe interessare un punto panoramico?
Compro anch’io un biglietto e attendo in fila. Sono troppo vicino, ma non deve passasse il libro a qualcun altro in coda. Fingo indifferenza; osservo tutti quelli che mi circondano, sono sicuro che altri sono qui per il mio stesso motivo. Ci accalchiamo nell’ascensore, l’aria puzza di sudore. Finalmente, le porte si aprono sullo stretto ballatoio del belvedere, sessanta metri sopra Barcellona. Le solite esclamazioni dei turisti che impugnano un cellulare, impegnati più a fotografare se stessi che il panorama.
Una coppia si sposta e mi ritrovo accanto al cieco.
«Bellissimo panorama. Era già salito quassù?»
Mi volto di scatto, sta parlando con me.
«No, è la prima volta. Perché?»
Il cieco sorride. «Non la sento armeggiare con macchine fotografiche o cellulari. È uno dei pochi a godersi il panorama.»
Sono uno stupido. Sto attirando l’attenzione comportandomi in modo diverso dagli altri.
«Sono all’antica, forse, ma non amo i cellulari.» Il cieco è immobile con le mani appoggiate al bastone e sembra guardare il mare.
«Starà pensando che sono strano. Perché mai un cieco dovrebbe salire quassù?» Non muove la testa nella mia direzione quando parla, come se parlasse a se stesso, o al mare. «Ma il paesaggio non è solo ciò che si vede con gli occhi. C’è un paesaggio sonoro,» porta una mano all’orecchio «lo sente? Il canto del mare; se tende l’orecchio sentirà più delle onde che si infrangono nel porto. C’è il rumore della città: automobili, sirene, una serranda che sbatte. E le persone, soprattutto le persone che la abitano. Infine il vento. Fa da contrappunto al mare. Scivola sulle colline, fa vibrare le foglie, sibila sulle ali dei gabbiani.»
Si gira verso di me, giurerei che sotto gli occhiali scuri mi stia fissando. «C’è molto più di ciò che si vede.»
Deglutisco a fatica; ha capito cosa voglio, ma non posso agire. Ci sono troppe persone, siamo in cima a una colonna di sessanta metri e sono certo che qualcun altro qui non è ciò che vuol far credere. Vedo sguardi curiosi. È solo ciò che dice il cieco ad attirare l’attenzione o qualcuno sta fissando la sua borsa domandandosi cosa contiene?
«Ha ragione. Non avrei prestato attenzione ai suoni se non me li avesse fatti notare.» Cazzo, possibile che mi esca solo una banalità di questo tipo? Il mio cervello gira a vuoto. Mi ha colto di sorpresa.
«Non ci sono solo i suoni.» Il cieco si avvicina. È astuto, sfrutta il vantaggio, non mi lascia spazio. «Gli odori sono altrettanto significativi.» Inspira a fondo. «Anche qui c’è il tono dominante del mare, ma si mescola con il resto, crea un amalgama in continuo mutamento.»
Gli torcerei il collo. È divertito dalla situazione, le labbra atteggiate a un sorrisetto compiaciuto. Ci penserò io a cancellarlo, non ora, ma presto, appena tornerà verso casa. Lo aspetterò in un vicolo e allora vedremo chi riderà.
«Anche le persone,» aggiunge in un sussurro «dicono molto con i loro odori.» Fa un gesto indicando tutt’attorno. «Lei ha bevuto birra, lo sento. E c’è molta tensione quassù. Qualcuno ha paura, forse di cadere, forse d’altro.»
Il cieco apre la borsa e un brivido mi percorre la spina dorsale. Prende un libro, vecchio, ma non antico e lo porta al volto.
«Il profumo della carta invecchiata. Questo libro ha raccolto parecchia polvere su qualche scaffale.»
Me lo porge, sento diversi occhi puntati su di noi. Ho paura di toccarlo.
«Lo prenda, non abbia timore. L’ho trovato su una bancarella. Non è un libro di valore, ma è un libro con una storia interessante. Glielo regalo, per farmi perdonare delle mie chiacchiere.»
Allungo la mano, non posso rifiutare. Sono certo che almeno tre paia di occhi ci stiano osservando. «Grazie. Ma è sicuro di volersene privare?»
«Sicuro. È una ristampa dei diari di Cortés, el conquistador. Non è raro, anche se molti credono che una delle copie contenga la vera mappa per El Dorado
Sfoglio il libro: pagine ingiallite stampate con un carattere minuto.
«La stampa non è un granché, ma ciò che conta è il significato delle parole, non il loro aspetto. In un certo senso anche nei libri c’è più di quello che si vede.»
Si volta bruscamente e si infila nell’ascensore quasi pieno. «Arrivederci.»
Sudo freddo. Perché mi ha dato il libro? “Nei libri c’è più di quello che si vede.” Mi aveva preso in giro o mi aveva creduto il suo contatto? Sento gli sguardi su di me. Prendo l’ascensore successivo. Esco sulla piazza, il cieco è sparito.
Corro verso il porto. La situazione precipita, due uomini e una ragazza mi inseguono, armati. Prendo la pistola ed esplodo qualche colpo verso di loro. Rispondono al fuoco. Per fortuna sparare correndo è più difficile di quanto mostrato nei film.
Mi giro a valutare le distanze, devo allungare il passo. Mi lancio lungo il molo e finisco fra le braccia di una pattuglia della Guardia Civil. Non oppongo resistenza, consegno la pistola e mi guardo alle spalle. I miei inseguitori sono spariti. Mi ammanettano e mi spingono dentro una macchina che parte a sirene spiegate lungo il Paesig de Colom.
Vedo il cieco, fermo sotto il cartellone di una rassegna di cinema giapponese. Mi saluta sventolando una mappa. Sorride. Dietro di lui campeggia l’immagine di un samurai e una scritta: “Zatoichi”.

Libero Seleni



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