Esploratori

«Allora?»
«Calmati. Siamo appena usciti dall’iper. È un sistema piccolo, solo tre pianeti da analizzare. Siamo sul secondo, il più promettente. Ho lanciato le sonde, lascia che arrivino un po’ di dati.»
Novak scrutò dal finestrino della cabina di pilotaggio. Un pianeta grigio incombeva sopra di loro. Fece una smorfia di disgusto, allungò le gambe e si accasciò nella poltroncina. «Il solito pianeta noioso.»
«Ancora con questa storia degli eroici esploratori dello spazio?» si divertì a punzecchiarlo il comandante Van Leeuwen.
«Non è questione di fare gli esploratori. Abbiamo un elenco di dieci sistemi solari da controllare. Va bene. Questo è l’ottavo e fino ad ora abbiamo trovato qualcosa di interessante?»
«Dipende cosa da intendi per interessante. Alcuni pianeti erano ricchi di materie prime, ci impianteranno delle miniere.»
«Chissenefrega delle miniere. Non fare il sapientino. Sai benissimo cosa intendo. Interessante sarebbe uno stramaledetto pianeta su cui valesse la pena di scendere a dare almeno un’occhiata.»


«Ci sono miliardi di sistemi solari, quale sarà la percentuale di quelli che tu chiami ‘interessanti’? Uno su un milione? Statisticamente parlando dovremo fare ancora un bel po’ di missioni prima di pretendere il nostro pianeta interessante.»
«Già, ma come mai a Leroux e Graf ne sono già capitati almeno un paio?»
«Uff,» sospirò Van Leeuwen «gli elenchi sono assegnati a caso lo sai. Non ricomincerai a dirmi che le assegnazioni sono truccate.»
«Gli elenchi sono assegnati a caso.» ripeté Novak scimmiottando il compagno, «Lo so benissimo, però come mai a noi capitano sempre elenchi con pianeti noiosi?»
Van Leeuwen scosse la testa e si girò a leggere i dati che iniziavano a fluire sui monitor di controllo.
Novak batté le mani sui braccioli del seggiolino e si alzò esasperato. «Me ne torno a dormire.»
Il capitano rimase a lungo in cabina mentre le sonde automatiche compivano alcune orbite attorno al pianeta, entravano nell’atmosfera analizzandola e infine si posavano al suolo per compiere sondaggi del terreno.
Novak non si sbagliava poi tanto, quel pianeta grigio era davvero poco interessante sotto qualsiasi punto di vista. Povero di metalli, con pochissima acqua liquida e un’atmosfera irrespirabile non era buono nemmeno per impiantarci una miniera. Socchiuse gli occhi mentre sui monitor i dati si susseguivano a ritmo sfrenato. Il ronzio di un cicalino lo riscosse. Controllò l’orologio, aveva dormito più di due ore. Sbadigliando si piegò verso i monitor, un dato lampeggiava insistente.
Una delle sonde aveva captato una lievissima radiazione elettromagnetica. «Mi serve un caffè.» brontolò fra se avviandosi verso la cucina. Schiacciò alcuni pulsanti su un pannello e attese un paio di minuti. Finalmente lo sportello si aprì, prelevò una tazza di caffè e un paio di ciambelle e ritornò in cabina di pilotaggio.
Rilanciò i test di controllo sulle emissioni elettromagnetiche e si mise comodo ad aspettare, godendosi lo spuntino. Alcuni si lamentavano del cibo sintetizzato sulle navi, ma a lui le ciambelle piacevano proprio. Si leccò accuratamente le dita per togliere gli ultimi granelli di zucchero e se le asciugò sulla camicia, gli scocciava ungere i controlli. Sorseggiò con calma il caffè e senza fretta attivò il comunicatore per chiamare Novak. «Emil? Vieni su un secondo per favore.»
«Che c’è?» sentì brontolare in risposta. «Stavo dormendo. Sarà meglio che sia importante.»
Van Leeuwen chiuse la comunicazione senza aggiungere altro. Tanto la curiosità avrebbe spinto l’amico in cabina molto presto.
Novak fece il suo ingresso poco dopo. «Allora? Non dirmi che hai trovato un tesoro.»
Van Leeuwen indicò i monitor.
«Che diavolo vuol dire? C’è qualcuno con una radio?»
«Non fare l’idiota. Non è una radio, ma c’è un’emissione di qualche tipo. Sembra quella di un apparecchio in funzione.»
«Che genere di apparecchio?»
«Un frullatore!»
«Idiota.»
«Ti ricordo che sono il comandante di questa nave e tu solo il secondo in grado e di conseguenza anche l’ultimo.»
«Ok. Non mi sto ammutinando. Qualche ipotesi?»
«Nessuna. La radiazione è molto debole e schermata dalla roccia. È stata scoperta da una sonda che si è avvicinata molto a una montagna per fare qualche sondaggio del terreno.»
«Schermata dalla roccia? Vuoi dire che proviene dall’interno del pianeta?»
«Interno del pianeta è eccessivo. Probabile che sia dentro una grotta o qualcosa del genere.»
«Manda dentro una sonda a vedere di che si tratta.» Novak iniziava ad essere molto interessato.
«Le sonda ormai si è posata. Non può muoversi.»
Novak sgranò gli occhi. «Vuoi dire, che dobbiamo scendere sul pianeta?»
«Io no, ma tu si.»
«E tu che farai?»
«Controllo i dati da quassù e scendo se c’è bisogno.»
«Non avrai paura spero.» un sogghigno transitò rapido sul volto di Novak.
«Non essere stupido. Tu sei l’esploratore, io il capitano. Ma se non ci tieni a scendere resta pure qui e vado giù io.»
«No, no, per carità. Non vedo l’ora di sgranchirmi un po’. Vado a prepararmi.»
Novak scese sul ponte inferiore, indossò la tuta, eseguì i controlli di routine ed entrò nella navetta da trasporto. Accese il pannello di comando e si sedette al posto del pilota. «Tutti i controlli ok.» disse via radio a Van Leeuwen. «Mandami le coordinate per l’atterraggio.»
«Fatto. Al prossimo passaggio in orbita puoi sganciarti. Fra dieci minuti saremo sopra il punto.»
Novak osservò il contatore che si avvicinava a zero e si preparò all’accelerazione improvvisa. La navetta si sganciò dalla nave madre e accese i motori. In pochi minuti stava entrando nell’atmosfera del pianeta e iniziò a decelerare. «Sto atterrando.» Sollevò una grossa nube di polvere che rimase sospesa a lungo prima di ricadere al suolo.
L’ampio pianoro ricoperto di sabbia grigiastra, su cui si era posata la nave, interrompeva la verticalità della montagna. A una cinquantina di metri dalla nave la parete rocciosa ricominciava a salire, levigata dal vento.
«Sono giù. Ho spento i motori.»
«Ti vedo, la sonda geologica è poco più avanti di te. Ricevo le immagini della telecamera.»
Novak controllò gli strumenti. «Rilevo lo stesso debole segnale della sonda. Mi preparo a uscire. Tanto da qui dentro non scopro nient’altro di utile.»
«Ok. Ricevuto.»
Novak indossò il casco, entrò nella camera stagna, attese che si fosse riempita di atmosfera aliena e uscì. «Martijn? Mi ricevi?»
«Si.»
«Sono fuori, faccio due passi.» prese alcuni strumenti dalla camera stagna, li posò al suolo e li accese. La gravità era più bassa di quella terrestre, ma non tanto da permettergli prodezze atletiche inconsuete. E comunque è meglio muoversi con prudenza quando si è soli su un pianeta alieno. «Tanto vale che raccolga qualche campione.» disse. «Sempre di trovare qualcosa che valga la fatica di chinarsi.» proseguì borbottando fra se.
«Accendi il radiogoniometro e cerca la fonte di emissione.»
«Ok, ok. Volevo solo darmi un’occhiata in giro. Tutto questo grigio è deprimente.»
«Hai sempre da lamentarti. Questa è la tua occasione, datti da fare.»
«Occasione per rimetterci la pelle magari.» Armeggiò con uno strumento che portava appeso al collo e si mise a camminare sulla spianata. «Mi sembra che ci sia un punto in cui il segnale è più forte. Provo ad avvicinarmi alla parete rocciosa.»
Si incamminò verso la montagna, ogni tanto dava un’occhiata all’indietro per controllare la sua posizione rispetto alla navetta. «Da lontano la roccia sembra perfettamente liscia, ma mi pare che ci sia una fenditura.» Si mosse ancora un po’. «Si, c’è un’apertura nella roccia, la inquadro con la telecamera del casco. La vedi?»
«Si, non capisco bene quanto sia grande. È tutto grigio e senza contrasto.»
«In realtà è piuttosto grande. Era seminascosta da uno spuntone di roccia.» Accese tutte le lampade sul casco e si avvicinò alla fenditura. «La fonte di emissione è qui dentro. Entro.»
Fece alcuni passi e si ritrovò nel buio. «Le luci non riescono a rischiarare nulla, vedo solo il terreno davanti a me. È una caverna enorme.»

Posò a terra un minuscolo radiofaro per ritrovare l’uscita in caso si fosse perso.
«Sento una vibrazione. Appena accennata. Proseguo.»
Si voltò a guardare l’ingresso della caverna, una linea chiara, netta e precisa. Dall’interno sembrava molto più artificiale che vista da fuori. Si accorse di essere sudato e di respirare affannosamente. Sganciò la pistola che teneva su un fianco e la impugnò saldamente. Il terreno sabbioso attutiva il suono dei suoi passi, si sentiva solo un lievissimo ronzio di sottofondo. Riprese a camminare con la sensazione di muoversi nel vuoto dello spazio. I fari del caso illuminarono qualcosa in distanza, un ammasso di rocce in mezzo al nulla. Si avvicinò e le rocce iniziarono ad assumere dei contorni precisi. «Sembra una statua. La statua di un gigante alieno.»
«Beh almeno ti sta dando le spalle.» rispose Van Leeuwen con una risatina nervosa.
Iniziò a girarci attorno, distingueva la testa, piccola in proporzione al corpo, stranamente umanoide. Aveva due grandi orecchie a punta e un grosso naso piatto e rugoso, la bocca larga e le labbra carnose, aperte. Le guance cadenti sembravano molli. Gli occhi erano chiusi. Sembravano muoversi sotto le palpebre abbassate.
Novak sentì il cuore perdere un colpo. Gli occhi si erano mossi.
«È vivo.» disse con voce isterica.
Indietreggiò silenziosamente. Distolse l’attenzione dalla testa aliena e notò una decina di sottili filamenti che uscivano dal corpo del gigante e si perdevano nell’oscurità.
«Vedi tutto?» bisbigliò.
«Cos’è quella roba?»
Il gigante era immobile, sembrava addormentato e del tutto inconsapevole della sua presenza. Novak si fermò indeciso se scappare alla nave o lasciar vincere la curiosità che premeva per metterlo in qualche guaio. «Do un’occhiata a quei fili.»
«Non toccare nulla.»
«Sei matto? Non ci penso nemmeno. Se quel coso si sveglia mi sbriciola con un dito. Sempre che abbia le dita.»
Osservò meglio il corpo del gigante. Era avvolto in quello che sembrava un mantello che lo copriva completamente dal collo in giù. Solo due enormi piedi spuntavano da sotto l’orlo. Ognuno con tre dita carnose ricoperte da uno strato osseo. Più che dita sembravano tre zoccoli di cavallo affiancati.
«Non sono filamenti, sembrano più che altro dei tubicini. Normalissimi tubicini di gomma. Che partono dal suo corpo e vanno a finire,» si girò per illuminare nella direzione in cui i sottili condotti si perdevano nel buio, «oh porca…»
«Cosa vedi?»
«Merda, merda. Lo vedi quello?»
I tubicini entravano in un apparecchio che pulsava e ronzava e poi ne uscivano per arrivare presso un grosso blocco di pietra squadrata su cui era distesa una figura umana. Novak si avvicinò.
«È una donna. Come cazzo ci è arrivata una donna qui?»
«Sei sicuro che sia una donna?»
«No, non ho mai visto una donna prima d’ora.» La inquadrò con la telecamera. «Certo che sono sicuro cazzo.» proseguì isterico.
Nel fascio di luce del casco c’era una donna, stesa sopra il blocco di pietra, con i capelli a caschetto, neri. Il volto era parzialmente coperto dalla maschera di un respiratore. Indossava una maglietta strappata in alcuni punti all’altezza del costato, in cui entravano i tubicini collegati al gigante alieno. Altri tubi sottili erano collegati al collo e alle tempie.
«Cosa diavolo è questa cosa?» mormorò Novak.
«Fermo. Non toccare nulla.» lo ammonì Van Leeuwen.
«La sta prosciugando. Quel coso le sta succhiando la vita.»
«Aspetta, non tirare conclusioni affrettate. Non abbiamo idea di cosa succeda, chi sia quella donna e come sia capitata lì. Non sappiamo nemmeno se sia davvero una donna.»
«Ma certo che è una donna. Quell’alieno deve averla attirata qui in qualche modo e ora si sta nutrendo, farà la stessa cosa con noi.»
«Molla tutto e vieni via. Quando porteremo queste immagini alla base scoppierà una bomba, manderanno una spedizione esplorativa e saranno armati, pesantemente. Ci penseranno loro.»
Novak guardava la donna, non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. Nonostante quello che le stava capitando aveva l’aria rilassata, sembrava dormire serenamente. Doveva essere sotto l’effetto di qualche droga per dormire così tranquilla mentre le veniva succhiata la vita. Lo sguardo scese agli strappi sulla maglietta, alle cosce scoperte, alle gambe lunghe e affusolate.
«Io, non ti lascio qui.» mormorò.
Afferrò uno dei tubicini, lo tastò delicatamente, lo seguì fino al punto in cui entrava nella pelle. Sembrava esserci una giunzione, respirò a fondo e provò a tirare. Si staccò con facilità sorprendente; l’apparecchio alle sue spalle emise un sibilo e non accadde nient’altro. Si girò di scatto timoroso che il gigante alieno potesse svegliarsi, ma era sempre immobile. Guardò la ragazza, nel punto dove prima era collegato il tubicino una minuscola valvola si era chiusa.
Uno a uno strappò anche gli altri, finché la ragazza fu libera. L’alieno non reagì in nessun modo, l’apparecchio aveva smesso di ronzare, ma sia l’alieno che la ragazza erano profondamente addormentati.
«Cosa stai facendo?» chiese Van Leeuwen. «Sei pazzo. Sei completamente pazzo.»
Novak sollevò la ragazza e la prese fra le braccia. Corse verso l’uscita della grotta. L’alieno era sempre immobile. Non osava immaginare cosa sarebbe potuto accadere se si fosse svegliato. Caricò la ragazza sulla navetta e si precipitò sulla poltroncina di pilotaggio. Partì alla massima velocità possibile, non vedeva l’ora di allontanarsi da quel mondo.
Van Leeuwen lo aspettava accanto al portello. Appena attraccarono si precipitò da lui. «Sei pazzo.» lo aggredì. «Cosa credi di fare? Non sappiamo se sia contaminata, non ci lasceranno mai attraccare alla base. Ci butteranno fuori nello spazio.»
«Piantala.» Novak uscì dalla navetta con la ragazza in braccio e spinse via Van Leeuwen che cercava di sbarrargli la strada. La portò fino a una delle cabine e la distese su una cuccetta. Si tolse la tuta e si sedette accanto al letto. Van Leeuwen lo guardava appoggiato allo stipite della porta. «Sei pazzo. Che ne sai di cosa le accadrà ora? Potrebbe anche morire per colpa del tuo gesto.»
«Sarebbe morta di certo se la lasciavo lì.»
«Idiota.» brontolò Van Leeuwen andandosene.
Il comandante decise di interrompere anticipatamente le esplorazioni planetarie e di tornare più in fretta possibile alla base. Doveva pensare bene cosa avrebbero dovuto dire chiedendo il permesso di attraccare.
Novak rimase a lungo accanto alla ragazza, faceva fatica a restare sveglio. Quando si accorse di non poter resistere oltre chiamò Van Leeuwen. «Dammi il cambio Martijn. Devo dormire, ma è meglio che ci sia qualcuno se si sveglia.»
Il capitano prese il suo posto, Novak arrivò alla porta e si girò per lanciare un ultimo sguardo alla ragazza. «Guarda. Si è mossa.»
La ragazza aveva mosso un dito. Con lentezza si portò una mano al petto e accarezzò i punti dove erano collegati i tubicini. Improvvisamente si alzò a sedere con gli occhi sbarrati. «Che è successo? Chi siete voi?»
Novak si precipitò da lei. «Stai bene? Ti ricordi cosa ti è successo?»
La ragazza lo guardava con gli occhi stretti. «Chi siete voi? E cosa ci faccio qui?»
«Ti abbiamo trovata in una grotta su uno stramaledetto pianeta grigio.» rispose Martijn. «Eri collegata a una macchina, un alieno ti stava succhiando la vita. Emil,» indicò l’amico, «ti ha salvata. Ora sei al sicuro.»
Novak le sorrise.
«Al sicuro?» il viso della ragazza si stava imporporando. «Razza di idioti, sapete cosa avete combinato? Ho passato anni per cercare e catturare uno Jiumun, anni per inventare un modo di collegarmi a lui, per prelevare la sua forza vitale senza ucciderlo troppo presto.»
Novak e Van Leeuwen indietreggiarono verso la porta.
«E ora che finalmente ci ero riuscita arrivano due cretini che interrompono il processo.» La ragazza si era alzata in piedi, gli occhi carichi di rancore, il viso contorto dall’ira. «E mi dicono che sono al sicuro.» Lanciò un grido rabbioso. «Non esiste luogo nell’universo al sicuro dagli imbecilli.»

 

Libero Seleni



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