Nobili alla berlina

Nobili alla berlina

Ancora una recensione incontentabile, questa volta dedicata non a un libro di narrativa, ma a un manuale di scrittura.

Ho scaricato e letto il manuale gratuito Il Filtro della Narrazione, scritto da Marco Carrara, Il Duca di Baionette. Lo si può scaricare iscrivendosi alla mailing list del Duca dalla pagina di presentazione del corso gratuito.

Consiglio fortemente il manuale a chiunque abbia voglia di affrontare la scrittura con serietà, il che equivale ad avere voglia di studiare i meccanismi della  narrazione prima di mettersi a imbrattare fogli e se non prima, almeno contemporaneamente. Forse, anzi, questa è la scelta migliore, perché studiare senza provare a mettere in pratica serve a poco, mentre scrivere e studiare ti permette di ripensare a quanto hai scritto e stai scrivendo alla luce delle nuove conoscenze acquisite.

Il manuale gratuito non è un corso di scrittura completo e non vuole esserlo, è però una buona introduzione alla scrittura con parecchie osservazioni interessanti e suggerimenti utili.

Nella sostanza concordo con quasi tutta la parte più specificatamente dedicata alla scrittura e in particolare la seconda parte, quella dedicata alla progettazione delle storie. Condivido un po’ meno la parte sulla scrittura immersiva e ancora meno la parte iniziale dove il Duca fa dei distinguo su cosa sia la scrittura “vera” e tutto il resto.

Quindi ripeto ancora una volta, se non avete già letto dei buoni manuali di scrittura (attenzione, buoni manuali, non qualsiasi cosa) o se li avete letti e avete voglia di un ripasso, questo del Duca è un’occasione ghiotta da non lasciarsi sfuggire.

Ora è il momento di mettere la nobiltà alla berlina, ovvero:

Tutto quello che dice il Duca e su cui non concordo affatto

Il Duca ha una sua visione ben precisa di cosa sia narrativa e cosa no e per rafforzare le proprie posizioni scomoda pesi massimi quali Schopenhauer, Flaubert, Wayne Clayson Booth e perfino Cicerone e Demostene.

Non trovo che le sue posizioni siano sbagliate in partenza, quanto piuttosto che, essendo troppo estreme, finiscano per diventarlo.

In sostanza secondo il Duca la scrittura migliore corrisponde sempre e comunque a quella che comunica un concetto nel modo più immediato e preciso.

Come non essere d’accordo?

Ora, queste è una casa, esprime sicuramente il concetto con immediatezza e chiarezza lasciando spazio a ben pochi dubbi.

Ma…

Anche queste sono case.

Possibile che Giorgione, Guardi, van Gogh e Picasso abbiano sbagliato tutto?

Forse l’arte non è solo espressione di concetti nel modo più economico e immediato, forse l’arte può essere anche altro. Arte può persino essere offuscare il concetto che si vuole esprimere, nasconderlo, celarlo dietro un velo di illusioni.

In questo senso non concordo affatto con il Duca quando respinge come falsa letteratura tutto ciò che non corrisponde ai suoi canoni. Per carità, c’è in giro un sacco di porcheria che viene spacciata per letteratura e vince perfino premi letterari prestigiosi, ma questo non significa che non esista una buona e ottima letteratura e che non possa essere diversa da quella propugnata dal Duca.

Il corso del Duca è come un corso base di disegno a matita ed è esattamente il tipo di corso che chiunque voglia dedicarsi all’arte dovrebbe fare. Ma se poi si disprezza qualsiasi tecnica diversa dalla matita ci si limita parecchio. Si può dipingere ad acquarello, a olio, a tempera, si possono usare pastelli e carboncini e mille altre tecniche. Una acquarello non avrà mai la precisione di segno di una matita, ma lo scopo è esattamente quello di ottenere un effetto diverso, questo non significa che l’acquarello sia inferiore alla matita, è solamente diverso. Quello che è importante è avere la base del disegno a matita; allo stesso modo le basi date dal corso del Duca sono sacrosante. Però se poi vi piace la pittura a olio non dovreste sentirvi dire che fa schifo.

Il fatto che H. G. Wells si lagnasse della prosa di Conrad non mi autorizza a dire che Conrad non sapeva scrivere (tenuto anche conto del fatto che Conrad è considerato uno dei più importanti autori in lingua inglese a cavallo fra ‘800 e ‘900). Secondo Wells, Conrad scriveva “una foschia di frasi”. Ma forse Conrad voleva scrivere esattamente così e l’effetto che desiderava ottenere era proprio quello che ha ottenuto scrivendo in quel modo. Saremmo autorizzati a pensarla diversamente se trovassimo appunti di Conrad in cui egli si lamenta della propria scrittura. Allo stesso modo citare Guglielmo Audisio che dice: “…In due parole: ammiro Cicerone, ma vorrei Demostene per difensore.” è poco utile. Certamente chi cerca un avvocato desidera il più efficace, ma se voglio affrescare una parete non cerco un pittore con un grande pennello (rapido ed efficace), cerco un grande pittore.

Anche l’articolo di B. R Mayers, citato nel manuale, non aiuta moltissimo. Al di là del fatto che non conosco molti degli autori contro cui si scaglia per cui è difficile giudicare dagli estratti che lui propone, nel momento in cui inizia a lagnarsi di Cormac McCarthy trovo difficile seguire i suoi ragionamenti e non è che io ami tutto quello che McCarthy ha scritto. Ma non riconoscere a McCarthy una grandissima capacità di scrivere e narrare mi pare sia segno di una certa miopia (McCarthy è considerato da Harold Bloom uno dei quattro maggiori autori contemporanei statunitensi). Pretendere di ripulire ogni frase, inorridire per le ripetizioni, spaventarsi per gli aggettivi e gli avverbi mi pare dettato più da una nuova patologia che da un reale amore per la scrittura.

L’effetto di una pulizia eccessiva potrebbe essere questo

E per concludere con le critiche criticabili:
“Tanti lettori hanno criticato Perdido Street Station per le sensazioni sgradevoli che dava, pur non essendo certo scritto bene come narrativa (troppa Literary fiction dei poveri e comprensione sottozero della penetrazione profonda), anzi…”
Non voglio certo affermare che Mieville sia uno scrittore sopraffino dotato di un talento particolare, però… Perdido Street Station è un ottimo libro, ricco di idee brillanti, un’ambientazione fantastica, una trama interessante e dei personaggi notevoli. Mieville non scrive benissimo, concordo, ma i suoi romanzi sono, per quantità e qualità di idee, una spanna sopra la maggior parte della produzione fantascientifica contemporanea. La città e la città è stato criticato per gli spiegoni, sicuramente ci sono, ma l’idea di fondo è talmente intrigante che gli spiegoni non danneggiano la storia. Potrebbe essere scritto meglio? Senz’altro, ma questo non significa che sia scritto male.

Addentrandoci un po’ di più nel merito del manuale, trovo più interessante la seconda parte, relativa alla struttura delle storie. Credo anch’io che le storie debbano avere una struttura solida, ben chiara nella mente dell’autore (tranne casi molto particolari che non tratterò adesso).

Non sempre però questa struttura deve apparire al lettore. Possono esserci casi in cui la struttura della storia viene volontariamente offuscata dall’autore.

Sottolineare l’importanza della premessa  è un’altra cosa che mi vede senz’altro d’accordo; per chi non ha chiaro cosa si intende per premessa ne ho parlato in questo articolo. Bisogna però fare attenzione a non trasformare la premessa in un una gabbia rigida che impedisce alla storia di svilupparsi in modo armonioso. La premessa dovrebbe essere una guida per non perdere il filo della narrazione, non uno scheletro da imporre a forza dentro qualcosa di organico. In questo senso ritengo che la trama debba crescere attorno ai personaggi e assieme ai personaggi e non diventare una struttura imposta dall’esterno (vedi Trame con le tarme e come evitarle). Purtroppo se guardiamo a molta narrativa e soprattutto a molto cinema possiamo tranquillamente affermare che scrittori e sceneggiatori hanno dimenticato questa semplice verità e in questo senso ben venga un manuale come quello del Duca che andrebbe studiato anche a Hollywood (Le buone storie servono ancora?).

Altro capitolo importante è quello dedicato all’arco di trasformazione del personaggio, basato in gran parte sul testo di Dara Marks, da cui il Duca si discosta in alcuni punti, come specifica in modo più ampio nel suo canale youtube (suo del Duca, non della Marks). L’arco di trasformazione del personaggio è uno dei concetti più solidi e affermati della narrazione, ma siccome io sono sempre e comunque uno scettico ecco che dubito perfino di questo.

Mi trovo meno d’accordo sulla parte dedicata al linguaggio e allo stile. Per fugare ogni dubbio sul fatto che nemmeno io ami le parole belle, ma vuote e sia in prima linea nell’affermare l’importanza della trama, vi consiglio di leggere un paio di recensioni a due libri scritti molto bene, ma con delle trame piuttosto pericolanti: I cusotdi di Slade House e L’effetto Susan.

Tuttavia non credo che la fanatica soppressione di aggettivi e avverbi, unita alla caccia spietata al gerundio sia la soluzione ultima per una bella scrittura. Aggettivi, avverbi e modi del verbo sono tutte parti del discorso con una loro dignità, un loro senso e una loro efficacia, vanno usati tutti in modo corretto, senza abusarne, ma senza temerli.

Ultimo punto di disaccordo è il famoso Show don’t tell. Come tutte le regole andrebbe conosciuta e applicata scrupolosamente tranne quando non la si vuole applicare.
“Raccontare non è davvero un’opzione” dice il Duca.
“Thanks to show don’t tell, I find writers in my workshops who think exposition is wicked. They’re afraid to describe the world they’ve invented. (I make them read the first chapter of The Return of the Native, a description of a landscape, in which absolutely nothing happens until in the last paragraph a man is seen, from far away, walking along a road. If that won’t cure them nothing will.)” dice Ursula Le Guin riprendendo e commentando l’articolo When Rules Are Made to Be Broken. Show don’t tell è un’ottima regola da tenere a mente, ma come tutte le regole di scrittura non dev’essere un muro invalicabile, ma piuttosto una buona norma di moderazione da bilanciare nel modo corretto. Personalmente amo sia lo show che il tell e ovviamente lo show don’t tell ;).

Insomma, tutto bene o tutto male? Tutto bene, o quasi, sono solo io che sono un incontentabile. In realtà il manualetto del Duca di Baionette è un ottimo punto di partenza per studiare l’arte della narrazione. A suo vantaggio va anche detto che più del 90% della narrativa di genere e almeno un 70% della narrativa mainstream è (o vorrebbe essere e dovrebbe essere) il tipo di scrittura che lui insegna. Dico vorrebbe e dovrebbe essere, perché purtroppo ci sono in giro davvero troppe porcherie scritte da gente che non ha la più pallida idea di come si debba scrivere in modo decente. Quindi, a meno che non siate degli autori estremamente consapevoli di cosa sia la scrittura e altrettanto consapevoli della vostra scrittura, molto probabilmente vorreste scrivere esattamente come insegna il Duca. Se lo sapete già fare un ripasso non vi farà comunque male e se non lo sapete fare è un buon modo per iniziare a migliorare.

E se invece volete rompere le regole e scrivere in modo totalmente diverso, avete comunque bisogno di conoscere le regole da spezzare.

In ogni caso, dateci sotto con il manualetto del Duca.



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