Cenere: una distopia padana

Cenere: una distopia padana

Cenere è una storia di lotta. Come molte altre del resto, come quasi tutte le distopie, ma lo è a modo suo. È una storia di lotta per la libertà, di lotta contro un potere soverchiante e disumanizzante, di lotta per trovare il proprio posto nel mondo, di lotta per recuperare un passato che il potere vuole cancellare, di lotta per il diritto di pensare e di scegliere.

Scritto da Elisa Emiliani e pubblicato da Zona 42, Cenere è una distopia molto diversa da quelle a cui siamo stati abituati dai romanzi anglosassoni e molto diverse sono anche le protagoniste, per nulla super-eroine imbattibili, dotate di poteri speciali o in qualche modo delle prescelte. Al contrario, sono tre ragazze fragili, delle adolescenti insicure e tormentate dai dubbi, ma proprio per questo più interessanti e vere.

Sono tre persone dotate di raziocinio, pensano, progettano, riflettono sulle loro azioni e anche quando si lanciano in una lotta contro il sistema lo fanno individuando il miglior modo possibile, guidate dai loro cervelli e non dal caso che le pone in un’arena dove combattimento o fuga sono le uniche alternative possibili.

Ho parlato di distopia, perché la situazione in cui si ritrovano a vivere le ragazze è quella di una società dominata da una non ben precisata corporazione che controlla tutta la vita delle persone, lavoro, scuola, forze dell’ordine. Ma, sebbene esista una tecnologia avanzata, il paesaggio in cui vagano le ragazze, una pianura padana desolata e nebbiosa, è molto vicino alle ambientazioni post apocalittiche. La campagna è contaminata, la case sono diroccate o semi abbandonate, su tutto domina un’atmosfera di sconfitta, tipica di un mondo collassato.

E forse, in un certo senso, siamo dentro una storia post apocalittica, ma qui l’apocalisse non è stata causata da bombe, radiazioni o sconvolgimenti climatici; l’apocalisse è semplicemente il trionfo del capitalismo, con la corporazione suprema che controlla tutto e non accetta il dissenso.

L’ambientazione distopica è solo tratteggiata, mai delineata con precisione, non conosciamo la reale estensione geografica del regime, si tratta sicuramente di un fenomeno italiano, ma forse la situazione è simile dappertutto; anche se in un punto del libro si accenna all’idea di trasferirsi in un paese più civile nell’Europa del nord, l’unico posto dove sottrarsi davvero alle grinfie della corporazione sembra essere Baku, in Azerbaijan: chissà, forse una maggiore arretratezza di certi luoghi potrebbe finire per trasformarsi in un futuro prossimo in garanzia di una maggiore libertà.

Cenere è una storia di lotta.

Cenere è anche una storia di resistenza e forse affonda le radici in quella resistenza che in Emilia Romagna ha combattuto fieramente la dittatura fascista. Le tre ragazze ovviamente non si ricollegano a quella, ma si riallacciano alla resistenza della generazione precedente alla loro, quella che cercava appunto di resistere all’avanzata dittatoriale della corporazione dominante.

La resistenza lavorava per creare una biblioteca segreta, sottrarre i libri all’oblio a cui li condannava il regime. Le ragazze, giunte in possesso di indizi sull’esistenza di questa biblioteca nascosta, decidono di recuperarla e di riadattarla alla loro situazione, mettendola on line, disponibile a tutti, nascosta dentro le pieghe di uno spazio virtuale libero e diffuso, scavato dentro la realtà virtuale controllata dal regime, ma in grado di sottrarsi a esso. I libri sono ancora una volta la chiave per aprire la porta al pensiero e alla libertà, come lo erano in Fahrenheit 451 o più recentemente in Storia di una ladra di libri.

Ash, (è il soprannome della protagonista, la cenere del titolo), la Reba e Anna sono tre liceali non troppo diverse dalle ragazze di oggi, solo più disperate e sole. Cercano riscatto, contro la società opprimente e contro una vita che sembra priva di futuro, distillando e usando (abusando) alcolici e cristalli. Solo l’amicizia che le lega e che supera le distanze sociali che le separa sembra essere l’unica cosa in grado dare un senso alla loro vita.

Districandosi fra una retata e l’altra di una polizia asservita alla corporazione, i guasti alle gambe robotiche della Reba e gli stratagemmi per sottrarsi al controllo del regime decidono di impegnarsi in prima persona nella lotta, usando le armi di cui dispongono. Abituate e muoversi in un mondo sempre connesso, in cui gli smartphone di oggi sono stati sostituiti da connessioni cerebrali attraverso cui il potere può tenere sempre sotto controllo costante chiunque, le ragazze scelgono di battere il regime proprio su questo terreno.

Lavorano quindi per creare uno spazio virtuale indipendente e per renderlo tale scelgono di hackerare la rete ufficiale, creando un codice libero, diffuso e decentralizzato, in grado di replicarsi e di funzionare senza necessità di un controllo centrale. Un po’ quello che cercano di fare oggi alcuni progetti Open Source che mirano a costruire una rete in cui ognuno possa attivare il proprio server e avere un controllo completo sui propri dati, senza dipendere da una corporazione (appunto) come Facebook, Twitter ecc.

La scrittura è buona, coinvolgente, la storia ha ritmo e cattura fino dall’incipit duro e spiazzante. È un libro che parla di adolescenti, ma non è uno Young Adult così come si intendono comunemente, anzi, certe situazioni sarebbero bandite in uno young adult. E tuttavia è un libro che consiglierei a degli adolescenti, perché non è vero che solo gli adulti hanno diritto a libri in cui i personaggi si pongono domande importanti e le pongono di conseguenza alla coscienza del lettore.



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