Ecofemminista sul rogo: Il libro di Joan

Ecofemminista sul rogo: Il libro di Joan

Il libro di Joan è un romanzo postapocalittico di Lidia Yuknavitch, autrice statunitense nota per il suo romanzo autobiografico The Chronology of Water.
Il libro di Joan è una rivisitazione fantascientifica della storia di Giovanna d’Arco, ambientata in un futuro molto prossimo, su una Terra devastata da guerre e tempeste solari e su una città orbitante su cui si sono rifugiati alcuni dei terrestri sopravvissuti alle catastrofi.

I temi che il libro affronta sono svariati, dall’ecologia alla guerra, all’amore, al valore dell’arte e quello della parola, il potere del raccontare e molto altro. Ma il tema centrale è il sesso, la sessualità vista in tutte le sue declinazioni, come dono, come desiderio, come sopraffazione, come necessità, come elemento di potere, come ricerca di potere.
Il sesso, anche se l’atto sessuale non avviene quasi mai nel libro, è sempre e comunque presente in ogni azione o pensiero dei protagonisti.

La scrittura è di qualità variabile, a tratti interessante, a tratti banale. Ogni tanto ci sono passi come questo del capitolo cinque:

Domrémy-la-Pucelle, Francia. Un paesaggio rurale, una ragazzina apparentemente come le altre.
Da bambina Joan andava nei boschi per giocare al suo gioco solitario preferito. Il genere di gioco praticato dai bambini che parlavano da soli, nascosti nella loro immaginazione. Ci sono moltitudini di bambini che vivono questo genere di vita, ai margini.

Se fosse un programma televisivo sarebbe una puntata di Blu notte di carlo Lucarelli, nella versione di Fabio de Luigi. Apparentemente sì.

Ma quello non è Mai dire Gol e non è un programma televisivo. È un libro complesso che stratifica molti livelli di significato, forse troppi per riuscire a reggerne il peso.

La storia di Joan è un libro ricco di simbolismi, tra i quali ci si deve districare se si vuole apprezzarlo in pieno.

Joan stessa è una Giovanna d’Arco guerriera ecologista e femminista.
Il cattivo della storia è Jean de Men, padrone assoluto di CIEL, la città orbitante, ricalcato sul personaggio di Jean de Meun, poeta francese del XIII secolo, noto per il suo poema allegorico Roman de la rose in cui sono narrate in prima persona le avventure di un uomo nel tentativo di conquistare una donna (e il suo sesso), simboleggiata da una rosa. Questo poema, che trasmette un’idea negativa della donna, come creatura viziosa, suscitò la replica irata di Christine de Pizan, considerata la prima donna scrittrice in Europa.
Ed ecco che la nemica di Jean de Men su CIEL si chiama proprio Christine, anche lei poetessa e come la Christine del 1300 anche lei disprezza i poemi maschilisti del suo avversario.
Manca ancora Trinculo, alleato di Christine, che porta lo stesso nome del personaggio de La tempesta di Shakespeare.

Per capire e soprattutto apprezzare il libro è necessario conoscere tutti questi riferimenti? Apparentemente sì. Anzi, decisamente sì.

È necessario, perché altrimenti la vicenda, a tratti insensata, lo diventerebbe del tutto. Purtroppo infatti l’autrice ha permesso al simbolismo di piegare la trama alle sue esigenze rendendola inconsistente e perfino irrilevante. La scena del rogo di Joan è quasi ridicola, ma necessaria per ricalcare la vita dell’altra Giovanna e tutti gli avvenimenti risultano forzati, accadono solo per rispettare la rete di simbolismi e significati che l’autrice ha imposto.

E forse, per comprendere il perché di tutto questo romanzo che ruota attorno alla sessualità e alla lotta per la liberazione della sessualità e per la liberazione della donna è utile sapere qualcosa della biografia dell’autrice, Lidia Yuknavitch, sapere della sua infanzia vissuta fra gli abusi sessuali di un padre violento e l’indifferenza di una madre alcolizzata.

Messe insieme tutte queste informazioni, Il libro di Joan diventa un libro con i suoi perché, tutti gli strati simbolici trovano il loro posto e la loro motivazione.

Credo che ogni buona storia debba dire qualcosa che va oltre la semplice vicenda, trasmettere sensazioni, emozioni, idee, ma dovrebbe farlo in modo quasi subdolo, senza forzature. In questo caso, al contrario, siamo di fronte a un messaggio che in qualche modo si adatta a una storia, stirandola, strappandola e ricomponendola alla bell’e meglio. Ciò che vuole dire l’autrice è sempre in primo piano e i personaggi e la storia servono solo per metterlo in evidenza.

Il simbolismo diventa parte centrale, più importante della storia stessa che viene cucita addosso ai simboli e al loro significato.

C’è chi afferma che i simboli in una storia non dovrebbero nemmeno esserci se rappresentano qualcosa solo per i lettori e non per i personaggi stessi.

James N. Frey ad esempio è di questa opinione.

A symbol is a thing that has meaning to someone in addition to
the meaning of the thing in itself.

These life symbols are symbols not only to the reader, but to
the characters as well. They are naturally occurring, in a sense.

A literary symbol, unlike a life symbol, is not a thing that comes to have meaning to the character in the natural course of the story. A literary symbol has meaning only to the reader, not to the characters.

Poi conclude dicendo che soli i “life symbols”, quelli cioè che hanno un significato anche per i personaggi e non solo per i lettori sono “legittimi” in una narrazione.

Non tutti sono della stessa opinione, John Truby, al contrario di Frey li ritiene necessari.

Symbol is a technique of the small. It is the word or object that stands for something else—person, place, action, or thing—and is repeated many times over the course of the story. Just as character, theme, and plot are big puzzles to fool and please the audience, symbol is the small puzzle that works its magic deep below the surface.

A symbol is an image with special power that has value to the audience.

Per Truby un simbolo deve avere un effetto sul lettore, non deve essere significativo per i personaggi.

Però lo stesso Truby parla di “tecnica delle piccole cose”. Ne Il libro di Joan invece, i simboli la fanno da padrone, con il risultato di disperdere la narrazione.

L’ascesa al potere di Trump ha avuto come ulteriore conseguenza negativa quello di dare il via a tutta una serie di narrazioni di fantascienza femminista che si rifanno in qualche modo al Racconto dell’Ancella di Margaret Atwood. Cito ad esempio Vox e Ragazze elettriche.
Il libro di Joan è sicuramente molto superiore a Vox, sia come scrittura che come narrazione, tuttavia la sua voglia di essere forse troppo letterario e intellettuale gli impedisce di essere godibile.

Ma è fantascienza? Sì e no. Di solito sono un agguerrito sostenitore della tesi secondo cui anche gli scrittori mainstream famosi devono accettare che certi loro lavori vengano classificati come fantascienza se rientrano in quel genere. La stessa Atwood ha cercato per anni di rifiutare la definizione di scrittrice di fantascienza e recentemente Ian McEwan ha riacceso la polemica con delle affermazioni piuttosto assurde e preteziose sulla fantascienza.
Ma in questo caso è fantascienza oppure no? Si parla di una Terra del futuro (sebbene molto prossimo), si parla di disastri ambientali estremi, si parla di una stazione orbitante abitata dai terrestri sfuggiti ai suddetti disastri, si parla di poteri paranormali derivanti (forse) da mutazioni genetiche, si parla di tecnolgie futuristiche. Ci sarebbero tutti gli elementi per definirlo fantascienza, eppure…

Eppure gli avvenimenti mancano di qualsiasi scientificità. Gli abitanti di CIEL (e anche quelli della Terra in realtà), ad esempio, perdono i genitali nel giro di pochi anni. Non si tratta di mutazioni, sempilcemente i genitali maschili si afflosciano e quelli femmini si richiudono, ci sono individui con poteri bizzari, accadono eventi inspiegabili e senza che vi sia nemmeno alcun tentativo di spiegazione. Non pterendo che ogni libro sia Hard Sci-fi, ma qui farei fatica a parlare di fantascienza.

Abbiamo scoperto come estrarre acqua pura da un cadavere. Tale procedimento, a oggi, consente di ottenere da un cadavere fresco circa cento litri d’acqua…

Nessuno sa se si potranno ottenere risultati migliori e con quanta rapidità.

Come si possano estrarre cento litri d’acqua da un corpo che presumibilmente pesa meno di cento chilogrammi mi risulta difficile immaginarlo, soprattutto considerando che la percentual di acqua in un organismo umano e circa del 65%. È una leggerezza da poco, che non modifica certo il valore del libro, ma è indice di una certa leggerezza nel trattare tematiche scientifiche,

L’autrice aveva ben chiaro in mente il messaggio che voleva far passare e tutto il resto è passato in subordine.

In conclusione Il libro di Joan non è una cattiva lettura, ma se cercate un post apocalittico che vi faccia vibrare di emozione forse fareste meglio a leggere La Strada di McCarthy.
Se invece volete leggere qualcosa di intricato e bizzarro e con diversi punti di contatto con Il libro di Joan non posso che consigliare Ghiaccio di Anna Kavan.



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