Bianco e nero

Bianco e nero

Le alte pareti di ossidiana riverberavano il suono degli zoccoli. Cavalcava lentamente sulla strada lucida. Il passaggio si stringeva mano a mano che procedevano, fin quasi a chiudersi. Due guardie in armatura di cuoio nero e acciaio gli sbarravano il passaggio. In piedi, ai lati del sentiero incombevano su di lui, sovrastandolo di tutta la testa nonostante lui montasse un cavallo piuttosto grosso.
«Sono qui per il vostro re. Ho portato quello che ha chiesto.» dichiarò ad alta voce. Le due guardie si scambiarono un’occhiata dubbiosa.
«E da quando in qua il nostro re chiede qualcosa ai pezzenti?» lo apostrofò il primo guardiano.
«Sono i pezzenti come te che hanno sempre qualcosa da chiedere e il nostro re è stufo di voi. Ora vattene.» aggiunse l’altro.
Frugò nella borsa della sella e ne estrasse un lasciapassare che mostrò alle guardie. Una delle due lo lesse con attenzione. «Sembra regolare, ma potresti averlo rubato.» disse.
«Già, certo. E allora potete andare a dire al vostro re che non avrà mai una cosa che desiderava ardentemente.»
«Di cosa si tratta? Mostraci quello che porti.»
«Non credo sia una scelta astuta, forse il vostro re non desidera che voi lo vediate. Ma certo può sempre farvi cavare gli occhi in un secondo tempo.»
Le due guardie esitarono un momento, poi si scostarono silenziosamente per farlo passare.
La città-castello sorgeva sulle rive di un piccolo lago di acqua cristallina. La luce del lungo tramonto stava scemando trasformando la città in un agglomerato nero punteggiato di piccole luci. Interamente intagliata in un enorme blocco di ossidiana la città era rigorosamente votata al nero.
Spronò il cavallo che si inerpicò svogliatamente sulla salita verso le porte principali. Alcuni ritardatari che si affrettavano nella sua stessa direzione gli lanciarono occhiate sospettose. I suoi stracci, benché luridi, non si accordavano al colore imperante. Il mantello era marrone scuro, di lana, rattoppato e cucito in più punti, la tunica grigia e i sandali malandati erano di corda.
I soldati di guardia lo avevano individuato da tempo e seguivano i suoi movimenti con occhio attento. Tenevano le balestre rivolte verso terra, ma le quadrelle erano incoccate, pronte per colpire. Due di loro gli si avvicinarono e fermarono il cavallo tenendolo per le briglie. «Chi sei straniero? Cosa vieni a fare in questa città?» chiese l’uomo alla sua destra.
Gli allungò il lasciapassare che aveva tenuto in mano in previsione del controllo alle porte.
«Che roba è?»
«Un lasciapassare. Mi garantisce libera circolazione in città. Con il sigillo del re.»
Il soldato gli diede un’occhiata poi gli intimò di non muoversi e si allontanò con il lasciapassare. Ritornò assieme al comandante del posto di guardia. «Dove sei diretto?» gli chiese.
«Al palazzo.» cominciava a essere un po’ stufo di tutte quelle formalità.
«Per quale motivo?»
«In questa città siete abituati a impicciarvi degli affari che non vi riguardano? Compresi gli affari del vostro re?» voleva concludere quella faccenda al più presto e un filo di rabbia iniziò a colorare il suo tono di voce. «Ho un lasciapassare, con sigillo reale. Vi conviene lasciarmi passare senza farmi perdere altro tempo. Mi stanno aspettando.»
Il soldato rimase interdetto nel sentire un tono così imperioso provenire da uno straniero straccione, soppesò la situazione. «Ti scorterò fino al palazzo e se non ti lasceranno entrare avrò il piacere di scuoiarti personalmente.» si fece portare un cavallo, afferrò una torcia e assieme si diressero al palazzo.
Gli edifici neri erano così lucidi da riflettere vicendevolmente le finestre illuminate che interrompevano l’oscurità. Odore di carbone e di fuochi accesi permeava l’aria mescolato a quello del cibo, quest’ultimo cambiava avvicinandosi al palazzo. Nelle zone povere della periferia era odore di fagioli, di cavoli, ma spostandosi verso il centro della città diventava profumo di arrosto e di cacciagione. Il palazzo si trovava quasi nel centro perfetto della città, circondato da ville nobiliari e palazzi lussuosi. Le decorazioni erano nere, come gli edifici stessi, dure, spigolose, fatte di piani che si intersecavano, di angoli, di linee rette.
«Chi va là?» una voce proveniente dalla scalinata che portava al portone del palazzo reale interruppe seccamente le sue riflessioni.
«Tenente Eargren, vengo dal posto di guardia principale. Scorto quest’uomo che dichiara di essere atteso.» sventolò il documento, «Questo è il suo lasciapassare. Con il sigillo reale.»
«Venite avanti.»
Scesero da cavallo e salirono le scale. I soldati ai lati del portone non li perdevano d’occhio un istante. Un altro uomo li attendeva, si fece consegnare il documento, li osservò con attenzione, poi congedò il tenente che si avviò verso il posto di guardia con aria dispiaciuta.
«Sarà per un’altra volta tenente.» gli gridò in segno di scherno.
Il soldato non rispose, ma spronò il cavallo e galoppò nell’oscurità della strada.
Lo straccione fu guidato all’interno del palazzo, salì molte rampe di scale e percorse lunghi corridoi, fino ad una grande porta di ebano nera. L’uomo bussò e sussurrò qualche parola a qualcuno dall’altra parte, la porta si aprì ed entrarono.
La sala oltre le porte era illuminata da torce e braceri che la riscaldavano. Si concesse di godere un istante del calore della sala, un contrasto piacevole con il freddo esterno. Un alto colonnato divideva lo spazio in tre navate; verso il fondo di quella centrale una piattaforma sorreggeva un trono lucido impreziosito, come il resto della sala, di arabeschi e motivi floreali d’oro. Davanti al trono vi era una depressione circolare con un foro nel centro da cui si dipartivano cinque solchi disposti a raggiera.
L’uomo sul trono balzò in piedi non appena lo vide. «L’hai portata.» esclamò con un tono più affermativo che interrogativo.
Lo straccione frugò sotto il mantello, in una bisaccia che portava a tracolla, ne trasse una sfera delle dimensioni di un pompelmo, ricoperta di stoffa.
Il re scese dalla piattaforma fregandosi le mani felice. «Portala qui.» Si avviò verso un tavolo posizionato accanto al trono sul quale erano chinati alcuni dignitari e un paio di generali che fecero immediatamente spazio. Il tavolo era coperto da una grande mappa su cui erano posizionate delle sferette bianche e nere. Le pedine bianche erano più numerose di quelle nere e sembravano circondarle quasi per intero.
«Ora siamo liberi di fare la nostra mossa. Tu hai eliminato questo pezzo che toglie di mezzo tutti quelli collegati, diventeranno tutti nostri.»
«Non esattamente.» disse lo straccione ad alta voce. «Io ho prelevato il cuore del loro castello, ma questo non significa averlo conquistato, solo neutralizzato.»
«Hai ragione, hai ragione,» borbottò il re, «ma comunque ci liberiamo di tutta questa fila, qui, qui e qui.» Il re toglieva pezzi bianchi dalla mappa che ora risultava dominata dal nero.
L’uomo rimise la sfera nella bisaccia. Il suo gesto non sfuggì al re. «Dammela.» gli intimò.
«Prima quello che mi spetta. Rivoglio la mia anima.»
Il re lo fissò con astio. «Va bene.» si rivolse a qualcuno nell’ombra. «Lo straccione ha mantenuto la parola, non sarà certo il re a non mantenere la sua. Restituitegli l’anima.»
Un uomo con una tunica rossa uscì dall’ombra, unica nota di colore in una sala dominata dal nero. Teneva in mano un piatto di metallo su cui era posata una sfera dai colori cangianti che si mescolavano come nuvole spinte dal vento. Appoggiò il piatto sul tavolo, prese da una tasca una bacchetta d’oro con cui percosse la sfera. Una crepa incrinò la superficie, con un lieve scricchiolio si estese a tutta la sfera. Lampi di luce filtravano dalla increspature. Con un rumore simile al rintocco di un gong il guscio della sfera esplose e una luce così intensa da ferire gli occhi scaturì dal suo interno. La luce schizzò verso lo straccione investendolo. Per un attimo l’uomo chiuse gli occhi, sembrò crollare per l’impatto, incapace di contenere quell’energia. Si riscosse, aprì gli occhi, più vivi e intensi.
«Ora la sfera.» disse il re.
Lo straccione frugò nuovamente nella bisaccia. «Ne siete certo? Siete ancora in tempo per rinunciare a questa mossa sleale.»
Il re sghignazzò. «E perché dovrei farlo?»
«Ora i bianchi possono fare una mossa sleale a loro volta e non potrete impedirlo.»
«Non me ne importa nulla. Con la prossima mossa avrò vinto. Guarda.» indicò la mappa, prese una pedina nera da una scatola di ebano e la posizionò accuratamente. «Muoveremo qui e questo renderà nostre tutte le loro posizioni rimaste. Una sola mossa e la vittoria è mia. Non avranno il tempo di fare nulla. Ora mostramela.»
Lo straccione tolse la stoffa che ricopriva la sfera. Era una sfera di quarzo bianco. Perfetta. Sembrava emettere luce propria per il contrasto con il nero della sala.
Il re si staccò dal tavolo e si avviò verso lo straccione allungando una mano. «Ricoprila e dammela.»
L’uomo aprì la mano. La sfera cadde in uno dei solchi inclinati. La sfera iniziò a rotolare. Tutti i presenti impallidirono fissando paralizzati la sfera che si avvicinava al foro nel centro.
Il re balzò in avanti cercando di fermarla, ma la sfera rotolò nel foro incastrandosi alla perfezione.
Venature di quarzo bianco serpeggiarono dalla sfera spezzando la nera monotonia dell’ossidiana. Sempre più velocemente il bianco conquistava terreno; quelle che dapprima erano semplici venature diventavano aree bianche che si fondevano fra loro.
«Nooooooo.» il re gridò indietreggiando con piccoli balzi mentre il terreno sotto di lui era percorso da lingue bianche.
«Non è una mossa leale.» gridò.
Mosse un passo sbagliato e con un piede sfiorò una zona bianca che si espandeva sotto di lui. I suoi vestiti neri sembrarono attraversati da fulmini bianchi che si intrecciavano e si univano finché in poco tempo non divennero del tutto bianchi.
«Vi avevo avvertito che i bianchi avrebbero avuto diritto a una mossa sleale.» disse lo straccione avviandosi verso le porte di avorio che chiudevano una sala bianca in una città interamente scavata nel quarzo bianco.

Libero Seleni



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