Gli animali che amiamo: favole dal post-esotismo

Gli animali che amiamo: favole dal post-esotismo

Gli animali che amiamo non è un libro recentissimo, è stato scritto nel 2006 ed è uscito in Italia nel 2017, sull’onda del successo del più recente Terminus Radioso ma Antoine Volodine è un autore che vale sempre la pena leggere o rileggere.

Cercare di definire un’opera letteraria incasellandola in un genere è sempre un’operazione pericolosa: le etichette si appiccicano addosso troppo facilmente e diventa presto impossibile rimuoverle e poiché le etichette sono riduttive si rischia sempre di perdere le sfumature che spesso sono il maggior pregio di un testo. Nel caso de Gli animali che amiamo, però, diventa un’operazione semplice, si tratta di post-esotismo.

Ne siamo assolutamente certi, perché è l’autore stesso a dichiararlo appartenente al genere da lui stesso fondato e di cui è l’unico e molteplice rappresentante: Antoine Volodine infatti scrive utilizzando diversi eteronimi, ognuno di essi rappresenta un autore appartenente alla corrente del post-esotismo.

Ma cos’è il post-esotismo? Secondo l’autore stesso è una corrente letteraria che viene dal nulla e va verso il nulla.

È una letteratura di fallimento, di dissoluzione, la letteratura perfetta per un mondo agonizzante, così decaduto da non accorgersi nemmeno di essere morto e prosegue ostinato in una quasi vita inutile e incomprensibile

Come dichiara in un’intervista a Paris Review:

“From nowhere, to nowhere”—this phrase nicely defines the literary process of post-exoticism, and I’ve reused it many times in clarifying or explaining it. Even in my first books, post-exoticism existed with its idiosyncrasies, its refusal to belong to the mainstream, its marginalized characters, its revolts, and its murky narrators. And behind this narration was a narrative background, a “backfiction,” guided by exterior and manipulative voices.

Antoine Volodine su Paris Review

“Dal nulla al nulla” definisce il processo del post-esotismo, che fin dall’inizio esiste con le sue idiosincrasie, il suo rifiuto di appartenere al mainstream, i suoi personaggi emarginati, le sue rivolte e i suoi oscuri narratori.

È una letteratura di fallimento, di dissoluzione, la letteratura perfetta per un mondo agonizzante, così decaduto da non accorgersi nemmeno di essere morto e prosegue ostinato in una quasi vita inutile e incomprensibile. La dimensione onirica si fonde con la realtà saldandosi in un unico indissolubile e a un certo punto indistinguibile. In molti casi sogno e realtà influiscono vicendevolmente l’uno sull’altro tanto da diventare la stessa cosa. L’altro pilastro portante del post-esotismo è il tempo, la sua percezione e la sua relatività. Il tempo scorre a modo suo, eternità e istante si fondono, e ogni personaggio lo vive in modo diverso.

Gli animali che amiamo è quindi un libro di malinconiche favole sul fallimento, sulla fine e su “animali” che in qualche modo abitano un mondo agli sgoccioli. I personaggi sono animali umanizzati, forse ibridi, forse evoluzioni/involuzioni di animali attuali o forse di uomini.

Wong l’elefante parlante apre e chiude l’andamento simmetrico del libro con due intrarcane a lui dedicate, Balbuziar il re granchio viene raccontato in tre intrarcane separate fra loro da due shaggås: la Shaggå delle sette regine sirene e dalla Shaggå del cielo inifinto, entrambe corredate di relativi commenti.

Sono favole folli e amare, intrise di ironia e di lirismo, sono canti di morte di creature disperate e desolatamente sole, come il re Balbuziar, ancorato a una roccia che per sfuggire alla morte fugge dentro dimensioni oniriche sempre più profonde.

Nei commenti alle due shaggås abbiamo qualche indizio per inquadrare le narrazioni. Si tratta di storie narrate da prigionieri politici rinchiusi in celle dimenticate, sono gli autori del post-esotismo: Lutz Bassmann, Monika Santander, Manuela Draeger e tutte le altre incarnazioni dello stesso Volodine. Nella Shaggå delle sette regine sirene: “si avverte la volontà, da parte degli autori, di descrivere il caos della Storia e le sue convulsioni come una sorta di carnevale dove nulla ha più molta importanza…”

Favole politiche, scritte da rivoluzionari sconfitti, ma che conservano intatta la loro forza delle loro invettive, al di sotto delle quali (o forse al di sopra) si legge la critica politica dell’autore al mondo attuale.

Un libro non facile, ma scritto con un linguaggio affascinante ed evocativo, tradotto da Anna D’Elia (qui una sua intervista sulla difficoltà di tradurre di Volodine, in particolare Terminus Radioso), che ha compiuto la difficile impresa di reinventare in italiano le bizzarre parole coniate dall’autore.

Lettura assolutamente consigliata, ma che richiede un certo impegno da parte del lettore.



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