L’arco di trasformazione e la freccia dell’azione

L’arco di trasformazione e la freccia dell’azione

I was never conscious of my screenplays having any acts.
I didn’t know what a character arc was.
It’s all bullshit.
Tell a story.
JOHN MILIUS

(Nota: questa frase di John Milius mi ha spinto ad aggiornare il post aggiungendo alcune parti)

L’arco di trasformazione del personaggio è uno dei modelli teorici più utilizzati per analizzare una storia e ancor più per scriverla.
Uno dei libri più approfonditi sull’argomento è quello di Dara Marks una script consultant che ha condensato la sua esperienza nel campo in un testo, interessante e completo (L’arco di trasformazione del personaggio). Il concetto in sé non nasce con la Marks, si tratta infatti di una rivisitazione di idee già espresse da altri autori fra cui Jospeh Campbell nel suo Eroe dai mille volti e riprese da Chrisopher Vogler ne Il viaggio dell’eroe.

Riassumo molto rapidamente il concetto. Secondo molti autori, fra cui ovviamente la Marks, una buona storia è quella in cui il protagonista cambia nel corso della vicenda. All’inizio della storia il protagonista desidera qualcosa, ma non si accorge di avere un problema interiore (il famoso fatal flaw), una manchevolezza che gli impedisce di raggiungere proprio l’obbiettivo che desidera. Per poter sconfiggere le avversità esteriori e ottenere ciò che desidera il protagonista dovrà confrontarsi con il proprio fatal flaw e superarlo.
L’arco di trasformazione si conclude con il protagonista “rinnovato”, si è confrontato con i suoi demoni interiori ed è cambiato, generalmente in meglio.

La freccia dell’azione è una definizione inventata così su due piedi perché mi pareva stesse bene con il concetto di arco. Ha però un significato. Un’altra delle più importanti idee sulle storie riguarda la necessità che l’azione dei personaggi sia diretta a uno scopo. Se le azioni non hanno uno scopo non stiamo raccontando una storia, mettiamo in scena dei personaggi che agiscono a caso o a loro capriccio,  ma non avremo una storia vera e propria.

Ma è proprio vero che in tutte le buone storie il protagonista cambia (in quelle con finale positivo) o almeno dovrebbe cambiare (ma non ci riesce in quelle drammatiche con finale negativo)?

La stessa Marks riporta esempi di storie in cui i protagonisti non cambiano, motivo per cui, a suo dire, tali storie non colpiscono in profondità e sono destinate ad essere presto dimenticate, nonostante un buon successo di pubblico iniziale. Esempio perfetto di tale storia è il film Apollo 13. La vicenda di tre astronauti alla deriva nello spazio a causa di un guasto meccanico è drammatica ed emozionante. I tre astronauti e in particolar modo il protagonista principale, il comandante Lovell sono competenti, intelligenti, preparati ad affrontare le sfide, non hanno fatal flaw nascosti e da superare per poter sopravvivere; non hanno quindi alcun bisogno di cambiare, si ritrovano ad affrontare unicamente sfide esteriori. I personaggio compiono un viaggio dell’eroe esteriore, ma non quello interiore, secondo Vogler infatti l’eroe (inteso nel senso più ampio del termine) deve compiere due viaggi che si sovrappongono e si compenetrano, uno esteriore dato dall’affrontare le difficoltà che il mondo gli mette davanti e uno interiore in cui affronta se stesso.
Apollo 13 quindi è una storia facilmente “dimenticabile” proprio per la mancanza di un viaggio interiore che porti alla scoperta di se stessi.

Appena terminato il libro della Marks mi sono sentito certissimo che avesse centrato in pieno il nocciolo della questione e che l’arco di trasformazione fosse assolutamente necessario per creare una buona storia.

Però mi sono messo a pensare a libri e film in cui, esattamente come in Apollo 13, i personaggi non hanno alcun fatal flow nascosto che impedisca loro di raggiungere l’obiettivo e non hanno quindi alcuna evoluzione interiore. Sulle prime mi sono venute in mente le  storie più banali, quelle meno profonde; basta pensare a James Bond per avere un eroe che non cambia mai, non solo nel corso di una vicenda, ma nemmeno nel corso di innumerevoli reincarnazioni. Bond percorre le sue vicende restando sempre uguale. Questo è abbastanza tipico di tutte le storie seriali, in cui i protagonisti rimangono sostanzialmente immutati nei vari episodi delle loro storie. Una storia non seriale a cui ho immediatamente pensato è The Martian/Sopravvissuto, libro di Andy Weir e film di Ridley Scott. Anche in questo caso il protagonista è un astronauta intelligente, preparato, capace. Affronta con calma, competenza, intelligenza ed inventiva i tremendi problemi che la sua  situazione drammatica gli pone davanti, ma è così dall’inizio alla fine della vicenda, non affronta alcune cambiamento interiore. Certo l’autore avrebbe potuto scegliere di mostrare un forte arco di cambiamento con un protagonista che diventa capace di autocontrollo, di usare la propria intelligenza e le proprie risorse sollo alla fine della storia mentre all’inizio si dispera facilmente, agisce stupidamente ecc. Solo che la storia sarebbe durata molto poco e il protagonista sarebbe morto nelle prime pagine.

Mi sono messo quindi a esplorare il web per cercare ulteriori approfondimenti sull’arco di trasformazione e, accanto alle innumerevoli risorse a favore di questa tesi, ho scovato un articolo (The Case AGAINST Character Arcs) che mette in dubbio la necessità di un forte arco di trasformazione. L’autore elenca numerosi film i cui protagonisti non cambiano per nulla o quasi. Non c’è solo James Bond, ci sono moltissimi altri esempi di film d’azione ma non solo: Indiana Jones, Il fuggitivo, Butch Cassidy e Sundance Kid, Il mucchio selvaggio, Beverly Hill’s Cop, perfino Via col vento e I sette samurai.

Ma il titolo che mi ha colpito di più in questo elenco è: Non è un paese per vecchi.

“Need I remind everyone that the Academy of Motion Picture Arts and Sciences handed the highest yearly artistic award for cinematic achievement, the Best Motion Picture of 2007, to No Country for Old Men, a movie that even The New Yorker’s Anthony Lane noted in his review “charts no moral shift in Chigurh, or indeed in the men around him; all of them are set in stone from the beginning.” Not one character had an arc. They all stayed the course they were on.”

Non è un paese per vecchi ha vinto l’Oscar come miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior attore non protagonista. Il critico del New Yorker nota che il film “non mostra alcun cambiamento morale in Chigurh, o negli uomini intorno a lui; tutti loro sono scolpiti nella pietra fin dall’inizio”.

Non è solo il film ad aver vinto l’Oscar, ma anche la sceneggiatura, il che significa che è proprio la storia ad essere notevole. E la storia è tratta dall’omonimo libro di Cormac McCharthy. Qui non stiamo parlando di storie di avventure per ragazzini, stiamo parlando di uno scrittore considerato da Harold Bloom uno dei quattro più importanti autori statunitensi contemporanei (per quanto mi senta in disaccordo con Bloom su molte cose in questo caso concordo con lui). La scrittura di McCarthy è scrittura di altissimo livello.

Non è un paese per vecchi non si può certo considerare una storia con poco impatto emotivo, così come il successo di The Martian non può essere accantonato come una semplice eccezione che conferma la regola.

 

I was never conscious of my screenplays having any acts.
I didn’t know what a character arc was.
It’s all bullshit.
Tell a story.
JOHN MILIUS

Ho appena scoperto questa frase di John Milius. E allora mi è venuta voglia di ripensare al cinema di Milius.

I personaggi dei suoi film hanno un arco di trasformazione?

Conan ha un unico obiettivo, vendicarsi di chi ha ucciso i suoi genitori e ha rubato il segreto dell’acciaio.  Ha un fatal flow interiore? Cambia in modo significativo per raggiungere l’obiettivo? Direi proprio di no. Certo qualche cambiamento c’è, ma Conan è lo stesso, dalla prima all’ultima sequenza del film. Già in Conan bambino si scorgono i tratti interiori dell’adulto.

Forse l’unico film di Milius che mi viene in mente i cui protagonisti hanno un arco di trasformazione è Un mercoledì da Leoni. Ma anche qui c’è un ma. La storia rappresenta i cambiamenti dei personaggi attraverso la vita, ma sotto sotto l’interesse della storia è proprio sul come NON cambiano.. Anche se alla fine accettano il cambiamento imposto dallo scorrere del tempo e dalla vita quando si ritrovano per la grande mareggiata sono ancora loro stessi. È l’essere rimasti gli stessi ragazzi di sempre che li porta a ritrovarsi sulle onde. Diciamo che sono personaggi con un arco di cambiamento, ma che allo stesso tempo rimangono uguali interiormente.

Anche in altre storie di Milius i cambiamenti dei personaggi sono più di superficie che in profondità.

Ma se questo fosse dovuto alla posizione “politica” di Milius? Allora ho provato a pensare a un regista dall’altra parte dello spettro politico, John Carpenter.

Snake Plissken (Jena nella versione italiana) non mi pare un personaggio con un arco di trasformazione particolarmente complesso. Eppure, Plissken è un’icona, esattamente come Conan. Nemmeno il vecchio Jack Burton con il suo Porck Chop Express è un personaggio con un arco di trasformazione particolarmente profondo.

Non mi pare che le cose cambino molto in altri suoi film. Non è che i personaggi non sappiano cambiare idea, punti di vista, opinioni. Questo accade, ma raramente hanno un fatal flow e un arco di trasformazione profondo.

Allora, forse non tutte le storie hanno bisogno di un arco.

Non è un paese per vecchi ha portato il filo dei miei pensieri a connettersi con l’ultimo libro di McCarthy, The road (La strada), da cui è stato tratto anche un film. La storia di The road è intensa ed emozionante, colpisce profondamente e i personaggi sono splendidamente delineati, tridimensionali, veri. Non hanno però alcun arco di trasformazione interiore, nel profondo rimangono esattamente gli stessi per tutta la vicenda. Eppure leggere The road non è certo un’esperienza che non lascia alcun segno. Non è una storia che si dimentica facilmente e i suoi personaggi rimangono nella memoria forse più di altri che invece hanno subito un grande cambiamento interiore.

Se poi abbandoniamo il terreno dei romanzi per passare ai racconti troviamo moltissime storie senza arco di trasformazione dei personaggi. E anche in questo caso non mi riferisco a racconti di bassa qualità, ma alle opere di autori importanti.

Allora non sono solo le storie “leggere” o stupide a poter essere prive di arco di trasformazione.

Non ho una risposta precisa a questa domanda, forse la migliore è quella che si trova nei commenti a una versione più recente dell’articolo già citato. Nel suo commento Jim Kalergis dice:  “It’s very true that protagonists do not have to arc, but there’s more to it than that. Good stories are about something other than the protagonist overcoming obstacles to achieve a goal. That “something” is the story’s theme. The reason many believe the protagonist must arc is because that’s the most common way that stories prove their theme. But not arcing can also prove a theme, and so can causing others to arc or not arc. The senior idea is that good stories have a powerful theme, and everything in the story, including character arcs or the lack thereof, is about proving that theme. Great natural story-tellers always go for the jugular with regards to theme, but they do it not from theory, but because they instinctively know that’s the best way to knock the reader’s socks off.”

Le buone storie hanno un tema potente e ogni cosa nella storia, incluso l’arco del personaggio o la sua assenza concorrono a dimostrare il tema.

Viste in quest’ottica si comprende come anche i personaggi privi di arco di trasformazione possano essere estremante potenti e coinvolgenti. Ciò che rimane presente anche in questi personaggi è la forte determinazione a raggiungere il loro obiettivo.

 

 



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