la città

la città

La città era qualcosa di davvero notevole. Non certo per gli edifici in se, tranne uno di cui parlerò più tardi, quanto per la sua forma e per la disposizione delle case. Le case stesse erano praticamente uguali, ad un piano, con una terrazza che fungeva da tetto, bianche, intonacate, pulite, ben tenute. Non erano identiche nel vero senso della parola, ognuna aveva qualche piccola variazione, alcune erano un po’ più grandi, altre un po’ più piccole, con più o meno finestre, ma si trattava sempre di differenze minime che non modificavano l’impianto di base. Erano disposte in cerchi concentrici attorno alla grande piazza circolare che fungeva da luogo di riunione, spazio per il mercato, zona giochi per i bambini. Ogni anello di case era separato da una strada abbastanza larga e degli stretti vicoletti separavano fra loro le case di ogni anello. In ogni anello c’erano sempre almeno due strade larghe che in qualche punto permettevano il passaggio fra gli anelli a tutto ciò che non riusciva a infilarsi negli stretti vicoli, ma non si trattava di strade radiali continue dal centro fino alla periferia, in ogni anello infatti le strade larghe erano in posizioni diverse. Quando un carro doveva percorrere tutta la strada dalla campagna estrena alla città alla piazza o viceversa era costretto quindi ad un lungo e labirintico percorso alla ricerca di strade abbastanza larghe per transitare da un livello all’altro.

All’esterno dell’ultimo anello di case si stendeva la campagna, rigogliosa, tranquilla, grandi settori circolari coltivati in modo diverso coloravano in modo differente il paesaggio. Frutteti dalle foglie di un verde intenso si alternavano a zone biondeggianti di cereali o ad altre in cui la terra smossa era ancora promessa di nuovi germogli. Oltre la campagna iniziava il deserto. In modo quasi repentino, alla fine dell’ultima zona coltivata c’era sabbia, interrotta per qualche metro da esili piante che si ostinavano a crescere nel luogo sbagliato e poi più nulla, se non una vasta distesa di dune che si innalzavano sempre più allontanandosi dalla città.

Al centro della piazza si ergeva la più straordinaria torre che si possa immaginare, tanto più strana in un paesaggio urbano così unifrome. Era rivestita di lucido marmo verde, altissima, senza nessuna entrata o finestra fino alla cima. Non era solo il contrasto con le case ad un unico piano a dare l’impressione di una straordinaria altezza della torre, si trattava realmente di un edificio di altezza prodigiosa e la sua lucida superficie la rendeva una presenza bizzarra e incongrua. Si diceva che fosse stata costruita con la magia e fosse solo grazie alla magia che ancora si reggesse in piedi, dopo un tempo così lungo che le cronache storiche sfumavano nella leggenda. Nemmeno i libri più antichi e saggi infatti risalivano ad un tempo precedente alla torre e molti pensavano che fosse sempre esistita, creata assieme al mondo e poiché nella città non esisteva più alcuno in grado di compiere magie, né testi magici non si era in grado di dare una risposta definitiva alla questione. Solo alcune piccole crepe nel rivestimento marmoreo rivelavano l’usura del tempo, ma si tratava di difetti così irrisori da non intaccare affatto la sensazione di eternità che la torre generava in chiunque la guardasse. Sulla sommità della torre si trovavano tre enormi statue, probabilmente tre felini, con dei grossi occhi sporgenti che ogni giorno, da sempre, al tramonto e all’alba si accendevano di un’intensa luce rossa che brillava per una decina di minuti. Innumerevoli ipotesi sull’esistenza della torre, sulla sua funzione e su quella delle staute si erano susseguite nel corso del tempo e i filosofi e gli scienziati non smettevano di discuterne, ma nessuna risultava più convincente delle altre.

Gli abitanti della città erano un popolo tranquillo, poco incline alle novità e al cambiamento, forse la presenza eterna della torre aveva influito sulla loro psicologia rendendoli metodici, amanti delle cose regolari, delle scadenze precise e decisamente infastiditi dagli imprevisti. L’ultimo imprevisto per fortuna risaliva a più di trecento anni prima, quando in città era giunto uno straniero. Nessuno arrivava da fuori e nessuno era uscito dalla città da tempo immemorabile. Alcuni libri raccontavano dell’esistenza di un mondo esterno e perfino di qualcuno che c’era stato di persona, ma si trattava di racconti che risalivano a migliaia di anni addietro.Così l’arrivo di un forestiero aveva turbato per qualche tempo la regolare vita della città. Si trattava di un uomo, giunto dal deserto quasi moribondo. Aveva raccontato di essersi staccato da una carovana sorpresa da una tempesta di sabbia, di aver vagato per giorni fra le dune e quando si riteneva ormai perduto una luce rossa, intensissima, che si era accesa all’orizzonte al tramonto del sole gli aveva indicato una direzione e gli aveva dato una speranza. Si era trascinato per giorni fino ad arrivare al limitare della campagna dove era stato visto e raccolto da alcuni contadini che l’avevano immediatamente portato da un medico. Lo straniero però non era riuscito a sopravvivere più di qualche giorno, il suo fisico troppo debilitato dall’attraversamento del deserto non si era più ripreso. Le poche cose che aveva raccontato avevano generato dibattiti trascinatisi per anni fra gli abitanti della città, alcuni erano arrivati perfino a ipotizzare l’opportunità di organizzare una spedizione per attraversare il deserto e arrivare fino al mondo esterno, ma poi non se ne era fatto nulla. E così un po’ alla volta tutto era tornato alla normalità.

Una normalità che molti troverebbero assurda, ma che a ben guardare aveva dei pregi notevoli. Gli abitanti della città infatti, a differenza di quanto spesso avviene altrove, non sceglievano una professione che mantenevano fino a quando erano troppo vecchi per lavorare. Ogni casa rappresentava una professione e chi vi abitava era tenuto a svolgere la professione assegnata. Nell’anello più interno erano le professioni intellettuali, le case erano case di medici, filosofi, scienziati, alchimisti, insegnanti, poeti e artisti. L’anello successivo ospitava artigiani, scribi e via via verso l’esterno finché si arrivava all’ultimo anello che ospitava le case di agricoltori e allevatori. Questa non era però una divisione in qualche modo dovuta a differenze di classe, si trattava semplicemente di motivi organizzativi e razionali. Gli intellettuali necessitavano della piazza, per potersi incontrare e discutere, mentre i contadini era ovviamente più logico che fossero vicini alla campagna.  Alcune professioni avevano più case a loro dedicate, se solo una casa era dedicata agli orologiai era logico che fossero più d’una le case dei vasai o dei fabbri.

Ogni tre mesi gli abitanti di ogni casa si trasferivano in quella accanto e abbandonando la precedente professione assumevano i compiti a cui era adibita la nuova casa. Una famiglia si trasferiva dall’anello più interno a quello successivo e così via fino all’ultimo, dal quale una famiglia invece se ne andava per passare al livello più interno. In questo modo ogni abitante della città nel corso della sua vita aveva occasione di esercitare ciclicamente tutte le professioni.

Può sembrare bizzarro e assurdo e sicuramente questo metodo aveva degli svantaggi, nessuno ad esempio arrivava a eccellere in qualche professione, erano tutti mediocri in qualsiasi cosa facessero, ma sicuramente i vantaggi erano maggiori, almeno a parere degli abitanti della città.  Nessuno infatti criticava a cuor leggero un altro, perché conosceva le difficoltà insite in ogni professione e nessuno si riteneva in alcun modo superiore agli altri, nessuno era più ricco di un altro, nessuno faceva un lavoro migliore. Il contadino allo scadere dei tre mesi poteva diventare un filosofo, il filosofo artista e l’artista fabbro in un ciclo che coinvolgeva ogni singolo abitante, uomo, donna o bambino. Naturalmente tutto ciò rendeva difficile qualsiasi vero progresso, ma per gli abitanti della città non si trattava certo di un difetto del loro sistema, anzi, rappresentava una garanzia di continuità e ciclicità.



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