Alla cascata
I pullman dei turisti fermano, come sempre, di fronte al bar “Alla cascata”. Appena si aprono le porte, i passeggeri si riversano nel parcheggio, si schermano gli occhi con una mano, quasi stupiti dalla luce improvvisa, strappati dalla…
I pullman dei turisti fermano, come sempre, di fronte al bar “Alla cascata”. Appena si aprono le porte, i passeggeri si riversano nel parcheggio, si schermano gli occhi con una mano, quasi stupiti dalla luce improvvisa, strappati dalla confortevole penombra dei vetri oscurati. Alcuni scelgono il bar come meta, ma la maggior parte percorre il breve sentiero che conduce alla cascata, con i telefonini pronti per scattare l’immancabile selfie o il breve video da condividere sui social. Naturalmente la cascata non esiste più da anni, estati bollenti e inverni senza neve hanno prosciugato il torrente che l’alimentava, ma questo non scoraggia i visitatori. Il salto di roccia verticale e le pietre levigate da secoli di sfregamento lasciano intuire i balzi d’acqua, le pozze profonde, perfino gli spruzzi che rifrangevano arcobaleni in miniatura. E per chi non desidera compiere sforzi di fantasia, l’intelligenza artificiale degli smartphone aggiunge tutto ciò che manca e riporta la cascata al suo antico splendore, così che le immagini registrate rendano giustizia a una vista che rischierebbe di risultare, altrimenti, deprimente. Se poi si attende la sera, il gestore del bar ha preparato uno spettacolo mozzafiato. Al crepuscolo un automatismo srotola un imponente fascio di fibre ottiche che dall’alto scendono fino alla base della cascata, ricreando con la luce il percorso dell’acqua, evocando un’atmosfera magica e di enorme fascino, che i turisti sembrano apprezzare in modo particolare. Ancorato al parapetto vi è un cartello sbiadito, racconta informazioni geologiche, delinea stratificazioni, riporta a tempi in cui trilobiti o dinosauri abitavano il mondo. Non c’è corrispondenza fra la stratigrafia rappresentata e quella reale. I turisti si sforzano di individuare i punti indicati nelle didascalie e si indicano a vicenda strati e colori, immaginando epoche remote così come cercano di immaginare la cascata stessa. Facendo attenzione non è difficile notare discrepanze fra il cartello e le rocce: la stratigrafia non corrisponde, le tipologie di minerali non trovano riscontro nella realtà, sinclinali e anticlinali sembrano aver cambiato posizione. O forse il tabellone è solo illeggibile, i colori svaniti, la superficie screpolata e scrostata. E in ogni caso la sosta alla cascata è sempre molto breve, la frescura del bar è un’attrazione molto più forte di uno spettacolo naturale ormai svanito. Alcuni si accontentano di un boccale di birra, mentre i bambini corrono fra i tavoli con le guance arrossate e i baffi lasciati dalla cioccolata calda, altri siedono ai tavoli di legno con le tovaglie a quadretti e scrutano il menu alla ricerca di un piatto tipico, ma non troppo. Tutti ammirano lo splendido bancone di legno chiaro. Sono affascinati dal tipico stile alpino, a partire dal legno d’abete, che proviene di certo dai boschi circostanti, e che accarezzano con reverenza, quasi cercando di percepire le ruvide mani che l’hanno scolpito con cura e pazienza. Commentano fra loro l’abilità degli artigiani della valle, indicandosi i dettagli scolpiti: il cervo al pascolo, l’aquila che sorvola le vette o la fierezza del lupo colto nel suo ululare alla Luna. Walter, il gestore, sorride per nascondere il senso di colpa, mentre sfiora la scritta “Made in China” incisa in un punto discreto dalla sua parte del bancone.
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