Prefazione a I condizionati
Ci sono storie che si leggono come si attraversa un paesaggio noto, riconoscendo ogni curva del sentiero. I condizionati non è una di queste. È piuttosto una valle alpina vista da angolazioni sempre diverse, dove ogni passo cambia la…
Ci sono storie che si leggono come si attraversa un paesaggio noto, riconoscendo ogni curva del sentiero. I condizionati non è una di queste. È piuttosto una valle alpina vista da angolazioni sempre diverse, dove ogni passo cambia la prospettiva e il terreno sembra spostarsi leggermente sotto i piedi.
Siamo in montagna, in un futuro che non è poi così lontano. Ci sono un bar per turisti, un rifugio che rifugio non è, una pista da sci, un museo di scienze naturali, qualcuno che cammina da solo sui sentieri e qualcuno che preferirebbe non vedere ciò che ha davanti agli occhi. Il caldo è una presenza costante, quasi un personaggio, e così l’assenza di qualcosa che un tempo c’era e che ora si fatica perfino a ricordare. Il resto lo scoprirà il lettore, perché queste pagine chiedono di essere esplorate senza una mappa troppo precisa.
Il titolo è già una piccola chiave. I condizionati come l’aria che si respira al chiuso per sfuggire a quella di fuori, come le persone che hanno imparato ad adattarsi a tutto, o quasi, e come un mondo le cui regole sono dettate da chi ha interesse a scriverle. Ogni personaggio porta su di sé una forma diversa di questo condizionamento, e ciascuno reagisce a modo suo: c’è chi si arrende, chi finge, chi si ostina a cercare, chi trae profitto.
L’aspetto più sorprendente della raccolta, però, è la forma. Ogni racconto ha una propria voce, uno stile narrativo pensato su misura per lo sguardo che adotta, così che leggere il libro significa anche attraversare modi diversi di raccontare.
Si apre con una prosa limpida e distaccata, al presente, che osserva i turisti con l’ironia sommessa di un documentario girato da chi conosce bene il trucco dietro la scena. Segue un racconto più intimo, fatto di gesti quotidiani e di silenzi, che si muove accanto alla sua protagonista con discrezione, come se temesse di spaventarla. Poi la scrittura cambia registro e assume il tono patinato e rassicurante di un dépliant pubblicitario, un tono che proprio per questo diventa inquietante.
Il racconto dedicato al museo si distende in periodi lunghi e ramificati, con un narratore che si concede digressioni e ritratti di gusto quasi ottocentesco, e lascia affiorare i pensieri del protagonista così come arrivano, disordinati e inarrestabili. Altrove la voce passa alla prima persona e prende in prestito le movenze del noir, con le sue similitudini taglienti e il suo cinismo sentimentale da investigatore solitario. In un altro racconto ancora la punteggiatura quasi scompare e resta soltanto il flusso di una coscienza stanca, che salta da un frammento all’altro come chi non riesce più a tenere insieme i pezzi. C’è poi una sala riunioni dalle tapparelle abbassate, dove il dialogo procede asciutto e teso finché il linguaggio stesso non rivela qualcosa di inatteso.
E infine un ritorno, o forse un nuovo inizio: un luogo già visitato, che lo sguardo ritrova però cambiato, dove le voci si intrecciano e qualcosa, nell’aria, sembra muoversi.
Questa varietà non è un esercizio di stile fine a se stesso. Ogni voce è il modo in cui un personaggio, o un intero sistema, percepisce la realtà, oppure sceglie di non percepirla. Il lettore è chiamato a passare dall’una all’altra, a cogliere i fili che le collegano, a riconoscere nomi e luoghi che ritornano sotto una luce diversa. I racconti si possono leggere separatamente, ma è insieme che compongono il loro disegno, un po’ come le rocce di una parete che solo da una certa distanza lasciano intuire la stratificazione di cui sono fatte.
Resta da chiedersi, terminato l’ultimo racconto, quanto di questo futuro appartenga già al nostro presente, e quanto siamo anche noi, senza accorgercene, condizionati. M. E. Stetson
— fine · ✦