ANNO 2026 Ed. indipendente Accesso redazione

Il naturalista

Gli animali impagliati, sospesi nel vuoto, appesi all’alto soffitto o sorretti da sostegni trasparenti, che dominavano il vasto spazio al centro del museo, un vuoto alto più di venti metri circondato da passerelle panoramiche, creavano un…

Gli animali impagliati, sospesi nel vuoto, appesi all’alto soffitto o sorretti da sostegni trasparenti, che dominavano il vasto spazio al centro del museo, un vuoto alto più di venti metri circondato da passerelle panoramiche, creavano un bizzarro affollamento in cui bufali, lepri e alci condividevano lo stesso ambiente aereo con aironi e falchi e lo scheletro di una balena poteva volare con la medesima leggerezza di un gabbiano.

Una lince, un capriolo, o perfino un cervo, se osservati dalla giusta prospettiva, parevano indossare le ali di una cicogna o di uno sparviero, fondendosi in un ibrido scaturito dalle pagine ingiallite di un grimorio medievale più che da un libro di scienze.

Il dottor Massimiliano Barocci non si stancava mai di alzare il naso all’insù ad ammirare quello che lui immaginava come il calco vuoto di un albero di Natale, i cui addobbi, invece di essere palle, lampade e festoni erano cinghiali, orsi, faine, aquile, cornacchie e svariati altri animali, spesso bloccati dal tassidermista in pose dinamiche a ricreare le scene che li avevano visti protagonisti in vita. Nonostante negli ultimi trent’anni avesse varcato quasi ogni giorno le porte del museo per raggiungere il suo ufficio, era un uomo ancora capace di stupirsi di un dettaglio, di un punto di vista, di una luce diversa che gli pareva creasse un’atmosfera nuova in grado di ricreare significati inattesi perfino in un ambiente ben noto e sempre uguale.

Il suo incedere lento e cauto ricordava i passi solenni di un trampoliere e pareva saggiare il terreno quasi stesse camminando sul terreno morbido e cedevole di una palude, invece che sul solido pavimento di un museo. Presso i colleghi si era guadagnato il soprannome di “gru”, cosa che non lo infastidiva minimamente anche se non era mai riuscito a comprendere il motivo del nomignolo affibbiatogli.

Ma al di là del soprannome era molto rispettato dai colleghi per via di un cervello di prim’ordine, in grado di conservare più informazioni di un motore di ricerca e capace di sfornare idee a un ritmo impressionante e creare collegamenti pertinenti e sensati fra i fatti più disparati con il risultato di suggerire prospettive inaspettate che coglievano di sorpresa, costringendo gli ascoltatori a considerare punti di vista inattesi. L’unico impiccio che impediva al suo genio di brillare nel mondo esterno era l’incapacità di soffermarsi su un’idea il tempo necessario per elaborarla e renderla completa. I suoi pensieri seguivano più percorsi contemporaneamente, si affastellavano, crescevano in pile scomposte in attesa di venir espressi a parole e quando uno di essi raggiungeva la lingua veniva subito ricacciato indietro da un’altra idea più pressante, con il risultato che, per la maggior parte del tempo, i discorsi del dottor Barocci erano un mugugno scomposto e balbettante e del tutto privo di senso.

Chi però aveva la notevole pazienza e la costanza necessarie per richiamare continuamente la sua attenzione su uno specifico problema vedeva quasi sempre ricompensati i propri sforzi.

Quel giorno la testa del dottor Barocci era affollata, oltre che dai soliti pensieri, da qualcosa che continuava a sfuggirgli di mente e che cercava continuamente di riafferrare mentre si avviava verso il suo ufficio con il solito passo calibrato e attento. Bizzarro come funziona la mente, ricordo di aver scordato qualcosa, ma non ricordo cosa. Forse se tornassi indietro, certo che un tirannosauro starebbe bene accanto agli scheletri, ai bambini piacciono i tirannosauri, bisogna terminare le nuove guide multimediali per le visite delle scuole, spero che le analisi dei campioni siano pronte, cos’era che dovevo fare stamattina? Ma fu solo quando incontrò gli sguardi interrogativi dei suoi colleghi che ricordò di avere un appuntamento con la direttrice, appuntamento da cui potevano dipendere le fortune, o più probabilmente le sfortune, di tutti loro. Barocci non era certo il tipo di persona che qualcuno avrebbe scelto come rappresentante sindacale o simile, ma la sua anzianità aveva un certo peso ed era quindi, in via ufficiosa, se non proprio ufficiale, la persona delegata a portare davanti alla direzione le istanze di quella parte del personale che si occupava specificatamente di scienza e di ricerca.

Ma c’era un altro motivo per cui lui, e non altri, era il candidato ideale per trattare con la direttrice.

La dottoressa Cinzia Violatti non era qualcuno che potesse passare inosservato. Ogni mattina si premurava di rafforzare con cura ogni dettaglio che potesse contribuire a rendere memorabile il suo saspetto. Lo sguardo era la prima cosa che colpiva davvero in lei e tutto il suo aspetto, dal trucco all’abbigliamento era costruito partendo dal quel dettaglio. Gli occhi neri, contornati da sopracciglia così sottili e nette da sembrare un tratto di penna e da zigomi alti e lievemente appuntiti, aprivano una breccia nell’interlocutore come una carica di cavalleria scatenata nella ricerca di un punto cedevole, di un segno di debolezza che nemmeno il malcapitato aveva saputo di avere fino a quel momento. Piuttosto alta, con un fisico asciutto e atletico, indossava sempre tacchi di almeno otto centimetri, il cui ticchettio cadenzato e preciso risuonava nel museo come quello di un’anacronistica sveglia meccanica. I suoi tailleur eleganti, firmati da stilisti di grido, con la gonna sufficientemente corta da far scivolare gli sguardi sulle gambe lunghe e snelle, ma non così corta da suggerire una qualsiasi nota d’erotismo, se non fintamente involontaria, erano un marchio costruito attorno alla sua personalità.

Il risultato, soprattutto se si mettono in conto i capelli lunghi, scuri e ricci che le arrivavano alla vita e il seno rifatto da un chirurgo di indubbie abilità, era qualcosa che non molti avevano la capacità di gestire con indifferenza. Non era una scienziata e questo contribuiva ad allargare il fossato fra la dirigenza e il personale del museo, parlavano infatti due linguaggi diversi, destinati a restare fra loro inintelligibili.

Il dottor Barocci non era certo immune al fascino spietato della direttrice, ma il suo cervello rappresentava però un antidoto naturale. La sua incapacità di soffermarsi su un solo pensiero per più di pochi istanti non permetteva, infatti, nemmeno alle sensazioni di fascino o soggezione di mettere radici e germogliare dentro la sua mente e così, dopo un fugace sguardo alla dottoressa Violatti i suoi pensieri erano già salpati verso altri lidi, per riaffiorare magari poco dopo e nuovamente sparire sommersi da altre idee e sensazioni.

E questo era il motivo per cui lui, più di tutti gli altri, era la persona più indicata per questo tipo di colloqui. C’era un ultimo misterioso motivo per cui, negli incontri fra i due, le parti parevano invertirsi. I colleghi bisbigliavano sottovoce, immaginando le motivazioni più disparate, dal ricatto alla corruzione, ma nessuno si avvicinava nemmeno un po’ al reale motivo per cui la direttrice cambiava istantaneamente alla presenza di Barocci, perdeva la sua freddezza e la sicurezza con cui fissava gli interlocutori dall’alto verso il basso e rivelava un tratto dolce della sua personalità.

La direttrice si era guadagnata quel posto non per meriti reali, ma grazie alle indubbie capacità di arrampicatrice sociale che le avevano permesso di insinuarsi fra la dirigenza del partito, mai con incarichi politici, ma con consulenze e collaborazioni, sempre pronta ad apparire al fianco di personaggi importanti, lesta ad offrire un consiglio e sufficientemente scaltra da defilarsi prima di far nascere l’idea che cercasse di rubare il palco a personalità di primo piano. In questo modo era riuscita a farsi assegnare un incarico sufficientemente prestigioso, sebbene il museo stesso non fosse più ai fasti di un tempo. Era però entrata talmente nel personaggio da essersi convinta di non possedere delle reali capacità, tranne quella di riuscire a farsi strada dentro i palazzi del potere.

Barocci tuttavia aveva scorto altro in lei, una donna intelligente e capace che avrebbe potuto fare molto e molto bene se solo ne avesse avuto il coraggio e la trattava di conseguenza, non come un nemico da sopraffare o a cui soccombere, ma un’interlocutrice di valore. Trovarsi di fronte qualcuno che vedeva in lei delle capacità che lei stessa aveva scordato di avere la lusingava e la sconcertava allo stesso tempo, spiazzandola e mandando fuori equilibrio le certezze su cui aveva costruito il proprio personaggio.

Quando finalmente Barocci bussò alla porta della direttrice il fastidio per il ritardo aveva sopraffatto in lei quel senso di lieve imbarazzo che abitualmente provava nei confronti dell’uomo, lo accolse quindi con la freddezza che riservava a tutti i suoi sottoposti. Barocci, allenato a considerare con rigore scientifico qualsiasi fenomeno con il distacco di un osservatore esterno, anche quando i fenomeni lo riguardavano in persona, si accorse dell’atteggiamento della direttrice, e spese qualche istante a considerarne le probabili cause, senza inserire se stesso in alcun punto dell’elenco.

Salutò con la sua abituale cortesia la direttrice, spese un brevissimo istante ad ammirarla, prima che la sua attenzione venisse dirottata dal volo di una poiana che cercava una termica nel tentativo di prendere quota; si avvicinò quindi alla finestra dimenticando la sedia che la donna gli stava indicando. «Accidenti, ce ne sono sempre di meno, è una fortuna vederne una proprio qui davanti.»

La direttrice si schiarì la gola per attirare l’attenzione del naturalista. «Siediti un momento per favore. Ci sono cose più importanti in questo momento.»

Barocci sedette, le sopracciglia aggrottate nello sforzo di concentrare la mente su un singolo soggetto. Cose più importanti? Sicuramente, ma una poiana è importante. Sento profumo di caffè, uno ci starebbe proprio bene adesso così poi me ne vado in ufficio.

«Ti andrebbe un caffè? Ne prendo uno anche per te?» Barocci si alzò a metà, ma rinunciò al suo proposito vedendo l’espressione della direttrice.

«Fermo! Chiediamo a Ornella di portarceli lei.» Premette un pulsante sulla scrivania e chiese alla segretaria di portare due caffè.

«Ieri c’è stata la riunione del comitato etico.» Fissò Barocci negli occhi nella speranza di trattenere la sua attenzione. «Il museo è in serio pericolo. In questi anni non c’è stato alcuno sforzo per adeguarsi alle linee guida del governo. Tutti voi — indicò Barocci con un dito muovendolo poi nella direzione generica dei laboratori — siete andati avanti per le vostre strade senza tenere in alcun conto le indicazioni ministeriali. Adesso è finita. Sono riuscita a evitare che finiste segnalati per cospirazione antipatriottica, ma o cambiate direzione o cambieremo voi. Posso licenziarvi tutti.»

«Le indicazioni ministeriali sono immondizia complottista.» Barocci scrollò le spalle e tentò nuovamente di alzarsi, convinto che la discussione potesse finire con la sua affermazione, ma la direttrice lo fermò con un gesto.

«Siete voi scienziati che siete così arroganti da pretendere di saperne più di chiunque altro, più del governo stesso.»

«Una manica di cialtroni ignoranti. Con l’aggravante che si credono intelligenti. Per il ministero il cambiamento climatico non esiste. E allora dov’è finita la neve?» Barocci indicò la finestra. «Ne hai visto anche un solo fiocco quest’inverno? Guarda! È tutto secco.»

«Non cercare di fregarmi con i tuoi trucchetti, ci sono sempre stati degli inverni secchi o un po’ più caldi della media. Sono fluttuazioni normalissime e non serve tirare in ballo il clima. Il governo ha i suoi consulenti scientifici, non sei tu l’unico ad aver studiato.»

Barocci sospirò e si afflosciò sulla sedia, gli occhi fissi in quelli della direttrice, ma sembrava non vederla.

La donna si sentì come se stesse perdendo consistenza un po’ alla volta, davanti allo sguardo dell’interlocutore. Evaporata come quei ghiacciai che non esistevano più, se non nella simulazione all’ultimo piano del museo e nelle foto appese alle pareti dell’ufficio dalle quali le masse bianche sembravano fissarla con sguardo accusatorio, mentre lo sguardo del naturalista pareva averla declassata da elemento notevole e specie di sicuro interesse a banale fastidio, come quelle zanzare tropicali che da qualche anno, complici le pozze stagnanti che si formavano nel letto quasi secco del fiume che scorreva pigro nelle vicinanze del museo, proliferavano nella zona, tormentando l’intero quartiere, ormai tristemente svuotato e in cui solo il museo restava come traccia di una volontà di sviluppo e innovazione ormai esaurita.

Deglutì e si fece forza. «Non importa come la pensiate tu e i tuoi colleghi. O vi adeguate alle nuove linee guida o siete a spasso.»

Gli allungò un foglio stampato su carta intestata del museo e Barocci lo scorse rapidamente: Il turismo in ambiente montano, Costruire in quota, Lo sfruttamento del territorio alpino, L’impresa turistica, Innovazione e tradizione nell’ospitalità.

«E queste sarebbero linee di ricerca?»

«Così è, che vi piaccia o no. Tutto il resto è chiuso. Il vostro tempo libero potete buttarlo come credete a inseguire ricerche ormai screditate, ma fatelo senza sfruttare le risorse del museo. E senza mettere in mezzo l’istituzione.» Cercò lo sguardo di Barocci come per accertarsi che per una volta la mente vulcanica del naturalista riuscisse a fissarsi bene in mente ciò che stava per dire. «Ma io vi consiglio di non farlo.»

La direttrice si rilassò e si lasciò andare contro lo schienale della poltrona. «Ho già dato ordine che tutti i progetti vengano archiviati e cancellati dal server per fare spazio a quelli nuovi. Ognuno di voi riceverà una mail con l’elenco dei progetti aperti e potrà decidere a quali partecipare. Almeno uno è obbligatorio.»

Barocci si dimenò sulla sedia. Progetti sul turismo. In un museo di scienze? Dov’era finita la natura? È vietato parlare di cambiamento climatico.

Si alzò e si avviò alla porta senza sentire la direttrice che lo esortava a spiegare la situazione ai suoi colleghi.

Una carriera finita. Tante carriere finite. A lui ormai non mancava molto alla pensione, ma aveva tanti colleghi giovani, persone entusiaste del loro lavoro di ricerca, che riponevano fiducia totale nella scienza.

Barocci si diresse verso il suo ufficio con un passo ancor più cauto e misurato del solito. Lanciò uno sguardo agli animali impagliati senza trarne alcun piacere. Per la prima volta da quando lavorava lì gli parvero solo dei gusci vuoti, inutili, senza scopo, quasi che la vita li avesse permeati fino ad allora e si fosse finalmente rassegnata ad abbandonare quelle pelli disabitate.

Come dirlo agli altri? Come dirlo a Orsi, tutto preso dalle sue ricerche sugli adattamenti al cambiamento climatico? Non accetterà mai di rinunciare.

Si accorse che molti colleghi lo osservavano dalle porte dei loro uffici e dei laboratori, sguardi interrogativi a cui non sapeva come rispondere. Ma era suo compito riferire la situazione. Si fece forza e esortò tutti a seguirlo nella sala riunioni.

— fine · ✦